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12 luglio 2012

Azzoppato il virus che minacciava i PC di mezzo pianeta

Qualche tempo fa molti di noi avevano letto di un’operazione dell‘FBI risalente a novembre dell’anno scorso, chiamata Ghost Click, con la quale era stato intercettato un virus diffuso in rete da hacker professionisti, in grado di modificare quei numerini incomprensibili che stanno nelle impostazioni delle nostre schede wireless, chiamati DNS (Domain Name System, ndr), che servono, in sostanza, a tradurre in numeri di indirizzi fisici i nomi dei siti web che si desidera visitare.

Senza questo servizio di “codifica”, infatti, la navigazione non è possibile.

La notizia, che ha fatto il giro della rete in poche ore, rivelava però che, se da un lato “i federali” avevano avuto la possibilità di dirottare i computer infetti su server non “contagiati”, per consentire comunque la navigazione, dall’altro bisognava fare i conti col fatto che l’autorizzazione al dirottamento in questione sarebbe scaduta il 9 luglio, motivo per il quale, al momento della scadenza, la stessa FBI avrebbe dovuto spegnere i server “sani”.

Così è stato e, mentre la navigazione sui server paralleli ha consentito a moltissimi web operators come Google e Facebook nonché ai diversi internet providers come Telecom Italia di inviare agli utenti interessati una serie di warnings circa l’infezione del loro pc, allo stesso tempo sul web è partita la corsa alla creazione di strumenti di rimozione del malware che sta alla base del temibile virus.

Surfando quà e là in rete, era possibile trovare ogni genere di ausilio tecnico per stanare il parassita virtuale ed effettivamente, al di là della circostanza singolare per cui ogni volta che in rete parte un virus c’è qualcuno capace di crearci immediatamente un bel business ad hoc, l’effetto di sensibilizzazione del world wide web ha funzionato, a dispetto delle previsioni apocalittiche fatte da molti, secondo le quali allo scoccare della mezzanotte di lunedì scorso ci saremmo trovati centinaia di migliaia di computer messi KO dal DNS Changer (il nome del malware), con incredibili disagi per i naviganti dell’oceano internet.

Stando, infatti, ai numeri diffusi dal DCWG (Dns Changer Working Group), l’organismo creato per monitorare il fenomeno e fornire assistenza agli utenti, i pc rimasti infetti a seguito dello spegnimento dei server “ponte” sarebbe di circa 250 mila unità, contro una previsione iniziale di almeno 500 mila, il che rappresenta una sicura conferma di come l’attività di warning messa in piedi a tutela degli utenti, assieme alla prosecuzione dell’operato dell’FBI, abbia ampiamente raggiunto il suo scopo.

Per il nostro Paese, tuttavia, rimane un dato non proprio felice: il numero di pc italiani attualmente ancora infetti dal Dns Changer e, quindi, privi di accesso al web, risulterebbe pari a 17 mila macchine, con un rapporto parziale (utenti connessi/nazione) che piazza l’Italia al primo posto come paese più colpito dal malefico virus.

Considerate le dimensioni globali della diffusione di un malware così ben architettato, tuttavia, va riconosciuto come stavolta, oltre ad essersi “ammalati” tanti pc, grazie ad una rete che presenta “un sistema immunitario” sempre più robusto, quella che doveva essere una epidemia di peste bubbonica ha finito per tradursi in una influenza con febbre e tosse che ci mette un po’ a sparire.

Insomma, ancora qualche giorno di pazienza e sciroppo antivirus: piano piano il web ritornerà in forma.

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