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21 luglio 2012

Cultura made in Italy, la cura su cui puntare per i malati della crisi

In questi anni all’interno dei confini italici, l’idea di progresso e successivamente la necessità di andare avanti per superare la crisi, lasciando qualcosa indietro come cuore e zavorre, ha accompagnato non solo un modo di fare politica ma anche una corrente di pensiero nazionalpopolare che ha portato a non prendere più in considerazione una delle principali ricchezze del nostro Paese: la Cultura.

Tra i magnifici e sempre utili aforismi di Oscar Wilde ve ne è uno che recita “nulla è pericoloso quanto l’essere troppo moderni. Si rischia di diventare improvvisamente fuori moda”. Ecco allora che la Cultura in Italia, motore inossidabile per secoli della nostra economia e del nostro crescere, è diventata una componente vecchia e attempata con necessità troppo costose per il suo mantenimento e con un appeal culturale e soprattutto economico (e di investimenti), pari a quello di una vecchia e bisbetica bibliotecaria di una dismessa e per nulla frequentata biblioteca di periferia.
I tagli che poi hanno interessato negli anni il ministero dei Beni Culturali, portando i fondi destinati a questo comparto allo 0,2 % del bilancio dello Stato, sono una cartina tornasole più che spietata su ciò che risulta essere il “sistema Cultura” in Italia tragicamente pari per condizione e assenza di fondi solo al “sistema Università” e al “sistema Ricerca”.
Una ricerca presentata in questi giorni e condotta dalla Fondazione Symbola (Fondazione per le Qualità Italiane che nasce nel 2005 con l’obiettivo di promuovere un nuovo modello di sviluppo orientato alla qualità in cui si fondono tradizione, territorio, ma anche innovazione tecnologica, ricerca, design) e da Unioncamere (Unione italiana delle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura) con il sostegno della Regione Marche, ha dimostrato ai disattenti contabili ed economisti statali come l’industria culturale rappresenti il 5,4 % del Pil nazionale (in soldoni 76 miliardi di euro), con la possibilità di arrivare oltre il 15% del Pil se nel calcolo viene conteggiato anche l’indotto.
La solfa tante volte decantata che per avere un futuro bisogna ripartire dal proprio passato, parrebbe avere un senso anche dal punto di vista economico con i dati che dimostrano come dal 2007 al 2011, le imprese che si sono occupate di “prodotti culturali”, sono cresciute il doppio (0.9 % VS 0.4%  di media nazionale) con un incremento anche degli occupanti nel settore.
“Cultura” oggi infatti non vuol dire più solo libri impolverati e opere d’arte ma ha allargato le proprie braccia, i propri interessi e il proprio Pil di riferimento, in settori strategici fondamentali per lo sviluppo del territorio e quindi dello Stato: turismo, arte, design, media, università, industrie creative e artigianali e attenzione attenta e particolareggiata per il territorio e per i suoi abitanti e quindi per il visitatore, coinvolgendo oltre un milione e mezzo di imprese che fatturano 211 miliardi di euro, dando lavoro a 4,5 milioni di persone con un mercato che potrebbe crescere ancora e soprattutto far crescere offrendo un futuro a tanti giovani che hanno investito tempo e soldi per formarsi e poi tristemente fermarsi.

Insomma ancora una volta i dati dimostrano come Cultura e Ricerca possano diventare per tantissimi giovani inoccupati, ancore di salvezza e rilancio economico e sociale in questo triste mare di Spending review.

foto tratta dal sito: www.beniculturali.it

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