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7 luglio 2012

E se nelle scuole si sostituissero i libri di testo con il Tablet Android?

Se lo sono chiesti al liceo scientifico dei Salesiani di Bologna, dove dall’anno prossimo il cartaceo e l’astuccio scompariranno per fare spazio alla tecnologia. 

Ricordate il caro astuccio gremito di penne, gomme, matite e vari articoli di cancelleria? Ricordate i libri di testo, quelli che avete sottolineato, su cui avete disegnato caricature e cuoricini, su cui avete annotato appunti relativi ai diversi argomenti trattati in classe e ai vostri stati momentanei dell’essere? E il peso degli zaini a incurvare le schiene e a indolenzire le spalle? E il diario scolastico?

Ebbene, presto non ne rimarrà che il ricordo, da raccontare ai propri nipoti con nostalgia e un pizzico di dispiacere nei pomeriggi d’inverno.
Il digitale è arrivato tra i banchi di scuola, sotto forma di tavoletta, e sembra pronto a prendere il posto di appunti, libri di testo, compiti per casa.

La prima scuola a sperimentare tale innovazione sarà il liceo scientifico dei Salesiani di Bologna, che ha richiesto agli iscritti ad una prima che partirà a settembre il tablet android.

Ma cos’è esattamente un tablet android?  In informatica indica un computer, con un formato che varia dai 7 ai 10 pollici, che sfrutta il sistema operativo open source per i dispositivi mobili.  E’ una tavoletta su cui è possibile scrivere a mano grazie ad un dispositivo, detto “digitizer”, che è una via di mezzo tra una tavoletta grafica e un touch screen, e offre la possibilità di condividere informazioni, file di ogni tipo, genere e dimensione.

Nel server della scuola verrebbero caricati e archiviati libri di testo, appunti, documenti, e gli studenti potrebbero accedere al database e visualizzarli utilizzando i propri username e password, comunicati dalla scuola stessa e rigorosamente personali.

Ma non finisce qui, perché i ragazzi potranno usare i nuovi tablet anche in funzione di quaderni e diario scolastico, senza consumare inchiostro, rischiare il famigerato callo dello studente e sprecare carta.

In questo modo, insieme agli studenti, non più costretti a trascinare il peso delle cartelle, si alleggerirebbero le tasche dei genitori, che ogni anno spendono somme di denaro ingenti per l’acquisto di materiale scolastico.

Alessandro Ticozzi, il preside della scuola dei Salesiani, si è detto entusiasta del cambiamento, che dovrebbe semplificare il sistema e avvantaggiare i ragazzi, ormai abilissimi nell’uso del digitale e poco portati per quello del cartaceo.

La preoccupazione riguarderebbe maggiormente i professori, che appartenendo alle generazioni in cui il digitale era ancora fantascienza avrebbero difficoltà ad accostarsi alle nuove tavolette e a sfruttarne tutte le potenzialità senza confondersi, sbagliare, farne un uso improprio involontariamente.

Ma Ticozzi sembra essere ottimista anche su questo punto: “Sarà una forma di didattica partecipata, gli alunni aiuteranno i professori”, ha dichiarato convintamente.

La Chiesa aveva già stupito le masse con l’introduzione del famoso rosario elettronico nel mercato, ma certo nessuno si sarebbe aspettato che una novità di questo livello potesse partire proprio da una scuola religiosa, per definizione poco progressista nelle proprie posizioni. E’ certo uno schiaffo significativo a chi da sempre accusa la Chiesa di anacronismo.

Molti genitori hanno esultato per il risparmio che questa piccola rivoluzione implica e iniziato a  sperare che venga acquisita da tutte le scuole, altri guardano con ammirazione alla svolta, temeraria nella sua rottura con il passato e straordinaria nel suo adeguamento ai tempi che corrono (corrono!) .

Ma i più hanno bollato come blasfema – passatemi il termine – la sostituzione del cartaceo con il digitale in sede accademica, sostenendo l’importanza del contatto con la materia, della fatica che lo studio e l’applicazione comportano: il secolare “peso” della cultura, un peso che sempre le ha attribuito importanza, diverrebbe inesistente, data la leggerezza del nuovo tablet e la facilità con cui sarà possibile accedere al sapere sfruttando avanzati motori di ricerca.

E proprio su questa questione si dovrebbe riflettere, prima di inneggiare all’evoluzione. Alessandro Manzoni scriveva nel suo saggio Del romanzo storico che  “Non sempre ciò che vien dopo è progresso “, e forse questo è uno dei casi in cui al cambiamento non corrisponde un effettivo miglioramento.

Studi sociologici segnalano, dall’avvento della tecnologia nella vita quotidiana, una maggiore tendenza all’impazienza, all’ansia, alla percezione della velocità come indice di qualità. Eppure ciò che maggiormente permette la distinzione tra ciò che è importante e ciò che non lo è, tra ciò che è genuino e ciò che non lo è, è il tempo che vi si spende  appresso e dietro.

Il culto della lentezza come etica dell’attesa, che si costituisce sulla cura, che possiede la stessa radice di attenzione  e indica il medesimo atto di tendere verso qualcosa, spiritualmente e pragmaticamente, si sta dissipando in attività sempre più formali e meno sostanziose, sempre meno dispendiose dai punti di vista emotivo e intellettuale.

Virgilio, in chiusura del II libro delle Georgiche, celebra la figura del contadino, lontano dall’esistere convulso e ricco di una ricchezza fittizia, vicino alla natura che può intendersi nell’accezione di claritas coniata da Tommaso D’Aquino, cioè di essenza delle cose : “Felice chi poté conoscere le ragioni del mondo […] Il contadino smuove la terra con l’aratro ricurvo/ questa è la sua fatica […] Non ha riposo finché l’anno non ha un raccolto abbondante / di frutta, di agnelli, di covoni di spighe /e carica i solchi dei prodotti e fa traboccare i granai” .

E felice doveva essere il contadino che investisse aspettative, sudore ed energie per un intero anno e infine li ritrovasse nel miracolo di un germoglio, nell’autentico gonfiarsi e maturare di un frutto.
La fatica è la dimensione in cui la nostra riuscita acquista bellezza e grandezza;  il tempo dell’attesa è  l’unità di misura dell’importanza, della rilevanza delle cose, se è vero che non si attende se non ciò che fortemente si desidera ed è caro al nostro cuore.

La cultura, come i sentimenti e la terra, si coltiva.
Si alimenta con costanza, passione,  impegno e rinuncia. Reinventarla in un click, rielaborarla con ticchettii di dita reiterati su uno schermo, dimenticarne la consistenza e perderne la coscienza più piena, significa inevitabilmente mortificarla, ridurla e sfigurarla fino a renderla irriconoscibile, fino a renderla apparente e vacua, priva di spessore come un mucchio di parole accatastato in un tablet.

Potranno dirsi retrogradi coloro che continuano a sfogliare il dizionario preferendolo a quello interattivo; potranno tacciarsi di inutile conservatorismo coloro che si sono rifiutati di adeguarsi all’E-book – applicazione della nuova tavoletta –  scegliendo ancora e sempre il vecchio libro; potranno accusarsi di falso intellettualismo e cecità coloro che il tablet android non vogliono nemmeno imparare a pronunciarlo, ché tanto coi libri ci sono nati e ci vogliono morire, e forse si avrebbe persino ragione. Ma ciò non toglie che vi sia un valore nella ricerca, nella lentezza, nel lavoro che la tensione alla cultura ha sempre previsto, che la comodità non può né sa annullare o giustificare.

In fondo nemmeno la verità è comoda, ma non per questo una bugia ci risulterà migliore, prima o poi.

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