• Google+
  • Commenta
17 luglio 2012

Facebook contro reati sessuali e a tutela del cittadino

Privacy violata su FB
Facebook contro reati

Facebook contro reati

Facebook contro reati sessuali e a tutela del cittadino: cosa è successo e perchè questo orientamento di FB.

Il tema dell’utilizzo dei social networks da parte dei cosiddetti sex offenders, ossia di soggetti con precedenti per reati di stampo sessuale che insistono nella reiterazione dei comportamenti, è da sempre al centro del dibattito pubblico americano, essendosi verificati proprio in USA gli episodi più eclatanti di adescamento e successiva violenza (anche su minori) scaturiti dal contatto tra vittima e aggressore proprio via chat, magari di Facebook.

Da qualche tempo, tuttavia, la questione è diventata di interesse mondiale, per il fatto che, parallelamente alla crescita esponenziale degli utenti di social networks, si sono verificati in diversi Paesi episodi criminali legati proprio all’uso delle piattaforme in questione.

Certo, assieme alla pericolosità più o meno intrinseca che un uso distorto dei programmi social porta con sé, il problema più spinoso che si pone nel pensare a metodi di prevenzione efficaci è quello del rispetto della privacy degli utenti.

Malgrado le evidenti esigenze di controllo della rete quando questa può diventare terreno fertile per la proliferazione di reati, specie sessuali, il valore che la privacy assume nella legislazione di molti degli Stati liberali rimane, ad oggi, preminente. E, se proprio in nome della privacy, di recente, anche il gigante Google è stato pesantemente sanzionato da una delle autorità governative statunitensi per aver ottenuto in modo non regolare dati personali su milioni di utenti, il nodo da sciogliere per capire se sia giusto sacrificare del tutto la privacy in nome della repressione di illeciti particolarmente insidiosi come quelli di stampo sessuale resta.

Qualche mese fa, ad esempio, un giudice dello stato americano della Louisiana ha dichiarato incostituzionale una legge che negava la possibilità ai sex offenders di accedere a Facebook, ritenendola iniqua: il legislatore statale, allora, accogliendo la pronuncia, ha modificato il testo della norma prevedendo, per tutti i soggetti con precedenti legati ai sex crimes, l’obbligo di esporre sul proprio social profile proprio la lista dei reati per i quali avevano ottenuto una condanna (articolo da Forbes). Il risultato, nel caso specifico, è stato quello di ottenere – in modo differente rispetto a quanto previsto dalla legge “bocciata” – l’esclusione da Facebook dei sex offenders, dal momento che il social network inventato da Mr. Zuckerberg già prevedeva, all’interno dei propri termini di utilizzo (Terms Of Use), il divieto di accesso per gli utenti con alle spalle reati sessuali.

Alla misura, efficace o meno che la si voglia ritenere, fa da contraltare, in parte, la vicenda di Brian Banks, ex promessa del football californiano che, dopo aver scontato sei anni di prigione, ha creato il proprio profilo Facebook e su quello stesso profilo ha accettato la richiesta di amicizia della ragazza che lo aveva accusato di rapimento e stupro, reati per i quali aveva scontato la condanna. Una volta accettata la richiesta di amicizia, la ragazza, inviandogli un messaggio privato nel quale spiegava di voler “dimenticare il passato”, gli ha chiarito che, in realtà, lei lo aveva denunciato senza essere in realtà mai stata né rapita né stuprata da lui, cosa della quale i giudici, però, non si erano convinti. A seguito di un colloquio col proprio legale, Banks ha deciso di incontrare la ragazza che, dettasi disponibile a ripetere in video quanto confessato nella mail di Facebook, ha confermato tutto. Il video, immediatamente sottoposto alla Corte federale che aveva condannato il giocatore, ha fatto sì che gli venisse revocata la condanna per i reati sessuali dei quali era stato accusato (articolo del Daily Mail).
La vicenda incuriosisce soprattutto per il fatto che Facebook, per una volta, ha funzionato come strumento di accertamento della verità legata ad un presunto reato, e non come mezzo di repressione seppur preventiva.

Per contemperare, allora, tutte le esigenze in gioco, nel tentativo di attuare una prevenzione che sia, al tempo stesso, non lesiva della privacy e realmente efficace nei confronti di chi “si nasconde”, ad esempio, dietro falsi profili per scegliere e aggredire le proprie vittime, il responsabile del comparto sicurezza di Facebook, Joe Sullivan, ha rilasciato un’intervista all’agenzia di stampa Reuters nella quale ha spiegato che ai quartieri generali del social network è stato elaborato un software, già attivo da diverse settimane, in grado di “intercettare” attraverso codici e chiavi di ricerca pre-inseriti in un database di riferimento, tutti i dialoghi, le richieste di amicizia e i contatti che appaiano “sospetti” di essere finalizzati o comunque legati a potenziali sex crimes.

Il software, che integra, in sostanza, una funzione di controllo dei dialoghi (chat scanning), raccoglie, registrandole, le segnalazioni che ritiene sospette, per poi inviarle ai tecnici di Fb i quali, vagliata in un primo momento l’effettiva “pericolosità” della situazione, possono allertare le autorità competenti.

Con riguardo proprio al delicato profilo della privacy, Sullivan ha specificato: “We’ve never wanted to set up an environment where we have employees looking at private communications, so it’s really important that we use technology that has a very low false-positive rate,” (Non abbiamo mai voluto creare un ambiente dove abbiamo dipendenti che analizzano comunicazioni private, pertanto è molto importante che noi utilizziamo una tecnologia che ha un’indice molto basso di “falsi allarmi”), ragione per la quale “l’occhio” di Facebook è generalmente in grado di riconoscere quelle che potrebbero apparire conversazioni occasionali ma che sono riferite, in realtà, a relazioni preesistenti tra persone, evitando così di scandagliarle a fondo registrando anche dati personali, in quanto tali protetti dalla normativa sulla privacy.

Il software di analisi elaborato dai tecnici di Palo Alto sembra essere un buon passo avanti, dunque, in una situazione che vede in gioco interessi contrapposti ed estremamente delicati. Inoltre, il progressivo impegno di Facebook assieme alle altre maggiori piattaforme social sta a testimoniare, cosa che tutti ci auguriamo, come lo spazio digitale del web stia diventando, per i sex offenders di ogni nazionalità, un terreno sempre più angusto, dove il controllo moderato e mirato sul loro comportamento online può arrivare davvero ad evitare la commissione di reati insopportabili come le violenze sessuali.

Google+
© Riproduzione Riservata