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18 luglio 2012

Istat: povertà = mancanza di istruzione

Forse è la scoperta dell’acqua calda, o forse è l’amara presa di coscienza che in Italia qualcosa non va come dovrebbe andare da troppo tempo. Il rapporto concernente l’anno 2012 sulla povertà in Italia dell’Istat conferma che povertà, un’istruzione non ad alti livelli e bassi profili professionali vanno di pari passo, si seguono a ruota, e si associano spesso, molto spesso, all’esclusione dal mercato del lavoro.

Le parole del rapporto dell’Istat sono chiare, inequivocabili: “Se il livello d’istruzione della persona di riferimento è basso (nessun titolo o licenza elementare), l’incidenza di povertà è più elevata (18,1%) ed è quasi quattro volte superiore a quella osservata tra le famiglie con a capo una persona che ha conseguito almeno la licenza media superiore (5%). Sale al 27,8% se è alla ricerca di occupazione”. Del resto, lo sappiamo tutti: l’istruzione è la base di una persona umana, del suo futuro sociale e lavorativo.

Se la povertà danneggia l’istruzione e se l’istruzione aiuta sicuramente a trovare un impiego, non è difficile capire che la difficoltà a trovare un’occupazione o un’occupazione qualificata si associa inevitabilmente alla povertà, sia media sia elevata. E anche qui l’Istat è categorico: “E’ povero il 27,8% delle famiglie con a capo una persona in cerca di lavoro (il 42,5% nel Mezzogiorno) e il 50,7% delle famiglie in cui non vi sono occupati né ritirati dal lavoro. La diffusione della povertà tra le famiglie con a capo un operaio o assimilato, inoltre, è decisamente superiore a quella osservata tra le famiglie di lavoratori autonomi e, in particolare, d’imprenditori e liberi professionisti”. Uno scenario agghiacciante, realistico, vero, da cambiare il prima possibile.

Un tema, quello della povertà, sul quale si potrebbero scrivere non 1, ma 100, anzi 1000 libri. Dagli antichi romani a oggi molto è cambiato, ci mancherebbe altro, ma sta di fatto che da quando io sto scrivendo al computer questo articolo di giornale per Controcampus, almeno 200 persone in Africa sono morte perché non hanno le più elementari medicine, quelle che noi, scendendo sotto casa, possiamo facilmente comprare, e, che, quasi sempre ci scadono nel tempo e siamo costretti a buttare. Ora, senza arrivare ad affrontare il problema più grande di sempre: la povertà nel mondo, che chissà quando e se si risolverà, pensiamo almeno alla nostra di povertà, alla povertà italiana.

Non si chiede tanto: non si chiede un posto fisso a tutti o 3.000 euro al mese per ogni persona. Si chiede solo di non finire come quelle 200 persone africane: si chiede solo che in Italia non ci siano persone che muoiano di fame o che non possano avere un tetto sopra la testa. Cibo e casa: niente altro. Anzi si: un piccolo lavoro per procurarsi cibo e casa.

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