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20 luglio 2012

La riforma del lavoro è legge. E adesso sotto a chi tocca….

Lo scorso 18 luglio la nuova riforma del lavoro, voluta fortemente dal ministro Elsa Fornero, e più spesso invocata a gran voce dalla Unione Europea, dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Centrale Europea, è diventata legge dello stato italiano.

Negli ultimi mesi si è discusso tanto, e spesso in maniera poco proficua, su questo discutibilissimo provvedimento pensato e realizzato in poco tempo da un governo mai indicato dai cittadini. E forse il primo interrogativo da porsi è se era proprio indispensabile che a regolamentare una materia così importante e delicata per il futuro della nostra nazione e di milioni di lavoratori se ne occupasse un governo di tecnici che non ha l’investitura popolare.

Ma si è detto che la situazione  era grave e che per risollevare l’economia e aprire le porte alla crescita era necessario intervenire sul mercato del lavoro per favorire così gli investimenti e aumentare  la competitività, cosa che avrebbe provocato investimenti nel nostro paese da parte delle imprese nazionali e multinazionali.

Tesi finale era che se il nostro paese non cresceva gran parte della colpa dipendeva dalla eccessiva regolamentazione del mercato del lavoro. In moltissimi, compreso il ministro Fornero, affermavano che abbiamo un mercato del lavoro troppo regolamentato, soffoca la competitività, cioè da noi non investono e con paghe/regole troppo rigide non siamo competitivi all’estero.

Le misure prese in esame sono davvero tante. Alcune, a dire il vero, avranno un bassissimo impatto altre probabilmente potranno aiutare in questo percorso indicato dalla Fornero. Sicuramente gli aspetti più importanti che la riforma affronta sono legati alla flessibilità in entrata, alla flessibilità in uscita, alla nuova regolamentazione dei contratti parasubordinati e all’apprendistato.

Infine, oltre ad una nuova più rigida disciplina per le cosiddette false Partite Iva, la rivisitazione delle forme di assistenza economica per chi perde il lavoro e degli ammortizzatori sociali attraverso l’introduzione dell’ASPI (Assicurazione Sociale Per l’Impiego) e della mini ASPI.

Un solo dubbio mi viene rispetto all’argomentazione sopra esposta. Se la tesi è che non si cresce poiché le regole del mercato del lavoro sono troppo asfissianti e dunque bisogna procedere con un riforma che crei deregolamentazione, flessibilità e meno costi e burocrazia; come mai il Global Competitiveness Index, pubblicato dal World Economic Forum di Davos, mette in cima alla sua lista paesi come Svizzera, Svezia, Finlandia e Germania?

La cosa è davvero singolare poiché sempre secondo l’autorevole World Economic Forum proprio in questi paesi, come in Italia, siamo in presenza di “Restrictive Labour Regulations”, cioè un mercato del lavoro troppo regolamentato eppure sono in cima alla lista per competitività e per la capacità di attrarre investimento….

Nell’attesa che qualcuno ci sveli queste contraddizioni siamo qui ad attendere i benefici di questa riforma. Lavoratori e soprattutto disoccupati.

 

Fonte immagine http://www.static.politica24.it

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