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5 luglio 2012

L’università sfida la crisi: meno fondi pubblici e più rendite esterne

Nella strage economica chiamata “spending review” i tagli, le mutilazioni riorganizzative della scure finanziaria non risparmiano nessuno e il settore dell’istruzione pubblica, il più colpito insieme a quello sanitario, corre ai ripari pur di sopravvivere. Ognuna con mezzi diversi, ma tutte con molta fantasia, le università italiane stanno cercando di adeguarsi a questo nuovo panorama economico, sfidando la crisi.

Il FFO – fondo di finanziamento ordinario – è un finanziamento statale che costituisce la principale fonte di entrata per le università italiane. La dotazione finanziaria del FFO per il 2012 è stata di 7.08 miliardi di euro, ma negli ultimi quattro anni è diminuita del 10%, infatti la legge 133/08 ha ridotto il FFO di 63,5 milioni di euro per l’anno 2009, di 190 milioni di euro per l’anno 2010, di 316 milioni di euro per l’anno 2011, di 417 milioni di euro per l’anno 2012 e di 455 milioni di euro a decorrere dall’anno 2013.

Il FFO non basta più al sostentamento degli atenei, i quali si vedono costretti a ricorrere ad altro. Tra le varie soluzioni, una delle strategie più usate è quella di contenimento delle spese, tattica applicata in pieno all’Università Roma Tre. «Abbiamo razionalizzato le spese di funzionamento, facendo specifici accordi con i fornitori di servizi, mentre è stata lasciata intatta l’offerta formativa, basata su 64 corsi», precisa il prorettore Mario Morganti – come riportato sulle pagine di Repubblica.it.

L’Università di Padova concilia invece la riduzione delle spese con l’incremento dei proventi esterni, che ormai rappresentano il 40% del budget dell’ateneo. Unico inconveniente, come spiega il rettore Giuseppe Zaccaria, è io fatto che, secondo una legge del 1997, l’importo delle tasse non può superare il 20% del contributo pubblico. Diviene quindi impossibile conciliare la limitazione imposta da questa legge con l’esigenza degli Atenei di riempire il loro budget con fonti che non provengono dal FFO.

Tra gli istituti che si muovono nella direzione dell’incremento delle fonti esterne di finanziamento, conciliate con i tagli, troviamo l’Università di Palermo, quella di Ferrara. Nel primo caso, infatti, oltre a incrementare notevolmente i progetti finalizzati all’aumento delle fonti esterne – sono passati da 2 a 28 negli ultimi cinque anni – l’ateneo siciliano ha ridotto il corpo docente di ben 600 unità e i corsi di laurea sono passati da 179 a 125.

A Ferrara, oltre ai tagli, anche il recente sisma ha dato un duro colpo all’università: «per superare questa situazione chiederemo risorse al programma di ricostruzione governativo, e nel frattempo abbiamo esentato dalle tasse gli studenti colpiti dal terremoto», spiega il rettore, Pasquale Nappi. Per far quadrai conti l’ateneo ferrarese ha dovuto ridurre del 50% il turnover e tagliare i compensi agli organi dell’ateneo.

Oltre al reperimento di nuove risorse c’è un ulteriore problema che le università italiane si apprestano ad affrontare: la riorganizzazione dei dipartimenti. La riforma dell’ex ministro Gelmini prevede infatti la cancellazione delle facoltà e una suddivisione dei corsi in base ai dipartimenti, da accorpare poi in scuole.

Molti Atenei sono già pronti per il riassetto: l’Università di Padova avrà 32 dipartimenti e 8-9 scuole; a Ferrara i nuovi immatricolati avranno come punto di riferimento il corso di laurea prescelto e il dipartimento di appartenenza; anche all’Università di Bologna è incorso la riorganizzazione dei dipartimenti che attualmente sono più di 50 e che saranno suddivisi sotto 11 scuole.

L’attuazione della riforma, almeno per il momento, invece che rendere omogeneo il sistema universitario italiano sta rischiando di frammentarlo ancora di più, aumentando al disorganizzazione e differenziando troppo le scelte organizzative e didattiche dei vari atenei.

 

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