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15 agosto 2012

Facebook e privacy: interviene la commissione federale per il commercio in USA

Profili Facebook falsi
Facebook e privacy

Facebook e privacy

Dopo diversi cambi di rotta sulla questione di Facebook e privacy e sulle le politiche di protezione dei dati personali adottate dal più diffuso dei social network finiscono sotto l’attenta lente della commissione Federale per il Commercio degli Stati Uniti.

Su Controcampus vi abbiamo di recente parlato di come il numero dei falsi profili presenti su Facebook sia da capogiro e di che cosa, spesso, si nasconde dietro i suddetti utenti fasulli.

La situazione, evidentemente prevedibile in un social network che conta una base di iscritti prossima al miliardo di persone e in costante crescita, non è migliorata nemmeno dopo le ripetute modifiche alle regole sulla privacy attuate da Menlo Park negli ultimi due anni, modifiche che lo stesso Mark Zuckerberg non esitò a liquidare come “a bunch of mistakes” (un mucchio di errori, ndr).

Un paio di mesi fa, come alcuni ricorderanno, “Fb” propose addirittura un referendum popolare, con l’intenzione di sottoporre a tutti noi il prospetto di modifica di alcuni punti della privacy policy, senza, tuttavia, ottenere molto successo, sia per la poca (quasi nulla) pubblicità che alla consultazione venne riservata, sia per la scarsa sensibilità della maggior parte degli utenti nei confronti del tema della riservatezza online.

Il referendum, peraltro, era stato introdotto dal social network in seguito alla modifica unilaterale delle condizioni di utilizzo dei dati attuata ad aprile di quest’anno, modifica sulla quale i più informati tra gli iscritti avevano puntato i riflettori proprio per segnalarne la poca chiarezza.

A suscitare le polemiche più aspre erano state, in particolare, le nuove regole sull’acquisizione delle informazioni personali da parte di applicazioni di terze parti e quelle sulla possibilità per i propri “amici” di salvare le informazioni su ognuno di noi e condividerle con altri (per tutti i dettagli vedi la pagina dedicata).

Le cose così come stanno non sono passate inosservate agli occhi del maggiore ente statunitense a difesa dei consumatori, la Federal Trade Commission (FTC), che infatti, come vi avevamo già anticipato, proprio poche settimane fa aveva notificato a Google una multa milionaria per violazione della privacy nei confronti di utenti Apple.

La FTC, dopo aver aperto un fascicolo di istruttoria su Facebook già a settembre del 2011, imputandogli di “ingannare” gli utenti sulla gestione della loro riservatezza, ha “imposto” al colosso del social web un accordo in base al quale da ora in poi, qualunque modifica nelle condizioni di utilizzo e trattamento dei dati personali che implichi la condivisione di quegli stessi dati dovrà avere, per essere attuata, il consenso degli utenti direttamente interessati. In secondo luogo, Facebook sarà tenuta, con cadenza biennale, a far controllare la propria privacy policy da un organismo terzo, per i prossimi venti anni, con l’impegno a redigere un programma sulla privacy che sia comprensibile a tutti i fruitori del social network e che soddisfi gli standards prefissati dalla medesima FTC.

Insomma, tempi duri per eventuali “scherzetti” su tutte le nostre informazioni personali.

Come in tutte le cose dove a contrapporsi sono interessi estremamente delicati (privacy da un lato, prestigio economico/mediatico del social network dall’altro), esiste per noi utenti un rovescio della medaglia.

Proprio in questi giorni, infatti, numerose piattaforme social in tutto il pianeta, tra le quali in prima fila spicca Google+, stanno modificando i parametri di iscrizione, richiedendo ai nuovi utenti di utilizzare nome e cognome reali, senza ammettere l’utilizzo di pseudonimi. La misura, che deriva essenzialmente da richieste di più governi in varie parti del mondo a fini di sicurezza, sembra però stravolgere quello che è o dovrebbe essere un diritto sacrosanto di ogni internauta in buona fede, vale a dire l’anonimato.

Come spiega Pier Luigi Pisa su Repubblica, tutto ebbe inizio quando Scotland Yard, in seguito alle rivolte che infiammarono i sobborghi di Londra nell’agosto del 2011, inoltrò specifica richiesta a Twitter per “costringere” i propri iscritti ad utilizzare il nome reale in luogo dello pseudonimo.

La stessa regola sta prendendo anche in Cina dove il social Weibo richiede già i propri dati anagrafici. A quanto pare, non ci vorrà molto perché richieste simili si estendano anche alla massa di utenti dei maggiori social, magari entro pochi mesi. Non a caso, prosegue Pisa, c’è chi ha subito messo online dei siti contenenti generatori di profili falsi, per difendersi da quelle che su Twitter hanno già ribattezzato le nymwars (con tanto di hashtag dedicato).

Certamente non si deve sottovalutare come l’iscrizione di ognuno di noi con un profilo che assomigli ad un passaporto rechi con sé innegabili vantaggi di trasparenza dal punto di vista delle politiche di sicurezza, tuttavia, trattandosi del web e non di un concorso pubblico, rimangono molti dubbi su come uno scenario simile potrebbe essere accettabile in una rete che per definizione è e deve essere libera.

I meno ingenui, tuttavia, avranno già intuito come ad un profilo personale il più possibile limpido, dal nome alla data di nascita, dal sesso alla residenza, passando per abitudini, gusti musicali, artistici, alimentari, preferenze politiche, commerciali e quanto altro, corrisponda un notevole interesse di chi, dall’altra parte del monitor, monitorando tutte le suddette informazioni, possa utilizzarle a fini di mercato, con ritorni economici su scala mondiale potenzialmente infiniti.

Attenzione dunque, nei prossimi mesi, non solo a chi richiederete l’amicizia, a quali informazioni condividerete, in quali foto sarete taggati e a quanti potranno visualizzare il vostro profilo: meditate bene anche ad ogni “Mi piace” che inserirete, consapevoli del fatto che in quel momento starete partecipando ad una grande, invisibile e collettiva indagine di mercato per la quale non vi era stato chiesto il consenso.

A meno che non usiate uno pseudonimo: in quel caso, state tranquilli, potreste trovarvi direttamente di fronte alla richiesta di dismettere il vostro account entro un certo tempo, salvo che non decidiate di fornire immediatamente al comandante Facebook al maresciallo Google+ le vostre generalità.

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