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4 agosto 2012

In attesa della riforma: come si vota in Italia?

In piena emergenza economica e sociale con un governo tecnico incaricato di traghettare il Paese fuori dalla crisi, nel complesso scenario internazionale che vede la Germania dettare l’agenda della politica economica e monetaria europea, i partiti sostenitori della atipica maggioranza  – Pd e Pdl –  sono tornati a fronteggiarsi con toni aspri e polemici sulla riforma del vigente sistema elettorale mentre l’Udc tenta di operare da mediatore per l’adozione di una legge condivisa.

La collettività, rabbiosa contro la “casta” e i suoi privilegi, auspica da tempo una riforma della legge elettorale, conosciuta a tutti, con nome bizzarro di “porcellum”.

Si deve a Giovanni Sartori, politologo di indiscussa fama internazionale, la definizione in questi termini della Legge n. 270/2005 recante misure per modificare il sistema di elezione dei membri del Parlamento; il “padre” di detto provvedimento è l’allora Ministro delle Riforme Roberto Calderoli, il quale non esitò a darne una definizione caustica una porcata” (da cui derivò porcellum).

Il sistema elettorale delineato dal “porcellum” sostituì il “Mattarellum” (dal nome del suo relatore, Sergio Mattarella) cui si giunse dopo i risultati del referendum del 1993 attraverso il quale  ha trovato ingresso nel nostro Paese un meccanismo misto per l’elezione sia dei senatori che dei deputati; in  buona sostanza la consultazione referendaria del 1993 abolì il sistema proporzionale per lasciare il posto ad un sistema prevalentemente uninominale.

Secondo i politologi e i costituzionalisti più esperti la Legge n. 270/2005 conterrebbe delle palesi violazioni dell’esito popolare raggiunto con il referendum del 1993; è pur vero che sembra intatto il sitema maggioritario, ma il provvedimento in questione intende perseguire un rafforzamento del voto di partito in quanto i seggi sono sottoposti ad un criterio di distribuzione molto simile al proporzionale, con l’unica differenza rappresentata dalla soglia di sbarramento e dal premio di maggioranza.

Più specificatamente ai partiti è consentito presentarsi alla “gara elettorale” sia singolarmente che sottoforma di coalizioni indicando, programma, candidato a premier, e lista di candidati per ogni circoscrizione; ma l’elettore si limita a votare soltanto per alcune liste (bloccate), senza poter indicare preferenze di nomi. Pertanto, secondo criteri propri ad ogni partito e graduatorie da loro decise l’elezione dei parlamentari è oggetto esclusivamente di una loro scelta assoluta e discrezionale.

La legge prevedere delle soglie di sbarramento che un partito deve superare per poter avere dei propri rappresentati al Parlamento: per quanto riguarda la Camera, il 55% dei seggi viene assegnato allo schieramento che ottiene il maggior numero di voti.  Per ottenere i seggi la soglia da superare è del 10% dei voti nazionali (la soglia minima viene ridotta al 4% per le liste non collegate).

Attraverso un complesso meccanismo di ripartizione è prevista una rappresentatività anhe per le liste che rappresentano la maggiore delle forze al di sotto di questa soglia ; in definitiva 340 seggi assegnati come premio di maggioranza ed i restanti 278 divisi fra le rimanenti liste ammesse al riparto.

Relativamente al Senato la soglia di sbarramento – che in tal caso opera a livello regionale – è pari al 20% per le coalizioni (3% per le liste coalizzate ed 8% per le liste non coalizzate); a tal fine, il il territorio nazionale italiano viene suddiviso in 27 circoscrizioni plurinominali ognuna delle quali comprendente una o più province. Deve precisarsi che tale sistema non è applicabile in tutte le regioni; Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige e Molise usano metodi differenti.

Nonostante le dichiarate intenzioni del legislatore del 2005 di garantire, attraverso questo sistema complicato, un’effettiva rappresentanza delle forze politiche e nel contempo di assicurare una maggiore governabilità in virtù del premio di maggioranza,  l’esito è stato indubbiamente quello di aver favorito la frammentazione del sistema politico.

Dopo sette anni si avverte la necessità di apportare modifiche a questa legge, se non proprio di abrogarla magari a mezzo di una nuova consultazione referendaria, perché ad essere pregiudicato è il diritto dei cittadini di partecipare attivamente alla vita politica del proprio Paese, del tutto vanificata da un sistema elettorale che in buona sostanza assegna la gestione della “res publica” non al popolo, effettivamente rappresentato, ma ai partiti.

Fonte della foto: umbria24.it

 

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