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29 agosto 2012

Libertà di espressione come definizione dell’offesa

Grande scalpore e innumerevoli discussioni ha suscitato il verdetto di colpevolezza per teppismo e istigazione all’odio religioso inferto alle Pussy Riot.

Pussy Riot

Pussy Riot

E, nonostante le voci che si sono da più parti alzate, sia in Europa sia Oltreoceano, circa la sproporzione tra pena richiesta dalla pubblica accusa (tre anni di reclusione) e presunto reato commesso, Maria Aliokhina, Ekaterina Samutsevich e Nadezhda Tolokonnikova sono state condannate a due anni di carcere per la breve performance nella cattedrale di Cristo Redentore di Mosca dall’eloquente titolo “Madre di dio, caccia Putin“.

Il primo elemento che ha urtato la sensibilità di gran parte dell’occidente è stato la severità della pena in relazione ad un reato considerato da molti di dubbia legittimità: il reato di blasfemia e offesa alla religione. Sul punto però poco si può dire: tale previsione legislativa esiste in svariati paesi e resta prerogativa della sovranità nazionale operare valutazioni in merito alla sua opportunità in ragione di un’attenta lettura delle tradizioni e della cultura locale.

Legittimità della previsione legale a parte, il secondo punto problematico riguarda la, presunta, pretestuosità della pena: si tratta di una punizione per il dissenso politico piuttosto o una forma di tutela della sensibilità e delle convinzioni individuali e sociali? Anche se probabilmente nessuno ha la risposta a quest’interrogativo, e nonostante le smentite degli artefici del verdetto, difficile è pensare che un credente possa sentirsi leso nelle sue convinzioni in ragione di un gesto dal chiaro intento politico/sovversivo ed in cui non è per nulla ovvio rintracciare una qualche forma di “istigazione all’odio religioso”.

Poco convincente è parsa infine la richiesta di clemenza fatta da Vladimir Putin, la quale più che una forma di clemenza è sembrata a molti una maschera ad uso e consumo dell’opinione pubblica (soprattutto internazionale) per un regime dal forte carattere repressivo.

Così affrontata la vicenda, però, la sensazione di stallo è inevitabile: qualunque possibilità di riflessione sembra trasformarsi in balletto di opinioni. Mettendo perciò da parte le sopra menzionate questioni mascroscopiche, liberandosi cioè di quest’approccio sostanzialistico, qual è il meccanismo giuridico e mediatico innescato dalla performance lampo di queste tre ragazze?

Il contraltare dell’offesa alla religione è, ovviamente, la libertà di parola e di espressione: neanche a dirlo, sono tutti favorevoli circa la portata fondamentale di questo diritto fintanto che non ci si scontra con la sua controparte, ossia l’offesa o la lesione di convinzioni individuali o collettive. In tal senso, i giuristi sono pressoché unanimi circa la necessità porre dei limiti alla libertà di espressione (pochissimi sono gli ordinamenti giuridici che non prevedono qualche forma di limitazione), ma è proprio nella definizione di tali confini che il problema si pone. E ciò non solo in merito all’ampiezza di questi ma, soprattutto, in ragione del fatto che “il diritto non può confrontarsi con l’irriducibile ambiguità dell’espressione simbolica” (Abel).

Con ambiguità, però, non s’intende tanto la mancanza di chiarezza bensì l’indefinibilità dell’offesa a partire dal solo gesto incriminato. E sebbene l’offesa necessiti, per essere individuata, di una serie di considerazioni circostanzianti, lo strumento diritto, perché abbia una qualche presa sul reale, non può far a meno di dicotomizzare la realtà, spezzare la continuità e amplificare l’importanza dei confini (arbitrariamente definiti).

La parola allora viene punita non per quello che è ma per le azioni/reazioni che provoca, non a caso il reato prende la forma di istigazione all’odio religioso. La necessità della regolamentazione statale di operare su distinzioni aprioristicamente determinabili, finisce quindi per elevare la forma sulla sostanza: gli scettici possono attaccare il credo religioso finché non si fanno beffa del credente. Come definire infatti ciò che attiene alla sfera della “sensibilità”, individuale o collettiva che sia, se non individuando specifici casi che sono già offesa indipendentemente dal fatto che qualcuno si offenda?

Il costo di una piena libertà di parola è allora certamente alto: implica il rispetto anche per un atto che può essere avvertito come uno sfregio. Altrettanto pesante è però il prezzo che si paga per una regolamentazione statale che tenta di preservare dall’offesa: lungi da tacitare l’espressione offensiva, la definisce, la valorizza e le conferisce una dimensione pubblica che diversamente non avrebbe. Per dirlo in chiave più mediatica, le dà pubblicità trasformando l’offensore in vittima e l’offesa in romantica provocazione.

Selene Parigi

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