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9 agosto 2012

Prigioniere di coscienza: le Pussy Riot contro Putin e Kirill

Sono belle, brave e dissidenti. Maria Alyokhina, Nadezhda Tolokonnikova e Yekaterina Samutsevich. In una parola le Pussy Riot, il collettivo punk-rock russo, femminista e politicamente schierato finito alla sbarra 5 mesi fa con l’accusa di  “vandalismo” e “incitamento all’odio religioso” per aver inscenato, a febbraio di quest’anno, una singolare preghiera punk anti-Putin sul sagrato della cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca (“Oh Madonna, liberaci da Putin”, il ritornello).

Ma evidentemente lassù non ci sentono o se ci sentono, avevano altro da fare, visto che di lì a qualche settimana Putin sarebbe (ahiloro) tornato alla presidenza di tutte le Russie, raggiante come una pasqua. Della serie “non tutte le invocazioni riescono col buco”.

Insomma tutti s’aspettavano un Putin incazzato nero, ma qui casca l’asino! O meglio il Patriarca. Sì, perché la prima voce a levarsi sdegnata contro le sacrileghe è stata proprio quella di Kirill, diciassettesimo Patriarca di Mosca, capo della Chiesa ortodossa russa e amicissimo di Putin, il quale, infiammato di cristiano furore, ha subito preteso per le Pussy una pena esemplare!

Anzi, tutto sommato, si direbbe proprio che l’odiato Putin c’abbia messo una pezza, invocando, lo scorso 2 Agosto da Londra, una pena “non troppo severa” per l’empio terzetto. E in effetti, la botta di “clemenza” presidenziale sembrerebbe aver convinto l’accusa ad addivenire a più mite consigli: non 7 ma 3 gli anni di detenzione richiesti, perché le tre sono mamme e perché anche i despoti hanno un cuore.

La vicenda, manco a dirlo, ha subito fatto il giro del mondo, sollevando ovunque ondate di indignazione e spontanea partecipazione alle sorti delle malcapitate Pussy, divenute a furor di popolo le nuove icone della lotta per i diritti umani.

Occhi puntati sulla Russia, quindi, patria una democrazia  che non ha mai convinto del tutto, dove il dissenso, quello vero, rimane una meta ancora lontana.

I fronti, ad oggi, appaiono chiaramente delineati: da un lato il mondo politico russo e la frangia più conservatrice della chiesa ortodossa russa, che premono per una pena dura, che faccia da monito agli eventuali emuli, e dall’altro i liberali, perlopiù  figure di punta del panorama culturale, compresi molti volti noti dello spettacolo (Madonna, Sting, Red Hot Chili Peppers e il nostro caro Vasco), che gridano al complotto giudiziario, denunciando la repressione attuata dal governo russo contro ogni forma di libertà di espressione.

Intanto le Pussy chiedono scusa. Nessuna retromarcia assoluta, però, anzi:

“È stato un errore dal punto di vista etico quello di portare il genere preghiera punk in un tempio religioso, ma non pensavamo fosse offensivo” ha spiegato il trio in un messaggio letto, definendo la loro preghiera punk una “azione politica”, per nulla diretta alla contestazione religiosa.

Il Patriarca Kirill (verso cui la band ha esplicitamente levato il dito denunciando il sostegno manifestato verso Putin all’epoca delle presidenziali di marzo, quando avrebbe sfacciatamente incoraggiato i fedeli a votare per quest’ultimo), però, non si è fatto intenerire, mantenendo la sua linea rigidamente, “cristianamente” autoritaria. Dopotutto, sostengono in molti, le giovani proprio non potevano ignorare l’indiscutibile significato simbolico della cattedrale, il principale monumento alla rinascita religiosa russo dopo 70 anni di ateismo di Stato.

Benché provate, le Pussy non ci stanno a passare per “sovversive”, almeno non nel senso usato dall’accusa e da Kirill stesso.

“Non siamo noi ad aver trasformato Cristo Salvatore in una tribuna politica – protesta Ekaterina Samukevitch dal tavolo del tribunale Khamovniki di Mosca – ma il patriarca Kirill, che prima delle elezioni ha cercato spesso di convincere i fedeli a votare Putin”.

Non cambiano idea. Nonostante privazioni e soprusi (non ricevono cibo, le lasciano dormire pochissimo, non possono ricevere visite) le tre continuano a rivendicare con orgoglio un’innocenza che nessun paese veramente libero si sarebbe mai permesso di mettere in discussione.

Lo dimostrano le recenti parole del premier Dmitri Medvedev, il quale ha dichiarato:

“In alcuni paesi azioni come questa riceverebbero un trattamento molto più severo. Per non parlare di particolari circostanze politiche in cui queste attività potrebbero finire in modo molto triste per chi le commette”.

Certo se il modello da seguire è quello offertoci dagli stati in cui le donne vengono lapidate e trucidate perché indegne di qualsiasi diritto, allora stiamo freschi.

Allora tutto quello che ci resta è pregare per queste tre anime ribelli, sperando che Karill, almeno per una volta, si ricordi che il mestiere suo non è giudicare ma, come disse Qualcuno, perdonare.

Amen

 

Fonte immagine: http://internetbrainchild.files.wordpress.com

 

 

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