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22 agosto 2012

Storia di una volta: il cibo

Il cibo, specchio del nostro essere ci trascina nell’ eccesso, nel difetto, nella succulenza, nella frugalità.

Ma il cibo al di là dei significati evidenti e a quelli che vi conferiamo nella quotidianità che ci permettono di trasferire come in un transfert i problemi o le ansie in oggetti, è innanzitutto il primo oggetto del mondo esterno con cui un neonato interagisce. È il primo oggetto necessario per sopravvivere ed in quanto ci ricorda per primo il nostro essere mortali ed indifesi di fronte ai bisogni, lo frustriamo continuamente mutandolo.

La preparazione, la cottura, il cambiamento dello stato del cibo sono molteplici modi per controllarlo e per illuderci di tenerlo sotto controllo e di avere su di esso un qualche potere. Eppure spesso ne siamo invasi, schiacciati, schiavizzati.

L’ esteriorizzazione del cibo viene poi mediata attraverso il convivio da cum vivere cioè vivere insieme che interpreta il banchetto come condivisione di cibo e bevande entro una convivialità di persone che amano stare insieme. Mangiare insieme è carattere tipico, se non esclusivo, della specie umana ed inoltre compare tra gli altri modi per trasformare il gesto nutrizionale dell’alimentazione in un fatto eminentemente culturale. Ciò che si fa assieme agli altri, infatti, assume per ciò stesso un significato sociale, un valore di comunicazione, che, nel caso del cibo, appare particolarmente forte e complesso, data l’essenzialità dell’oggetto rispetto alla sopravvivenza dell’individuo e della specie. I messaggi possono essere di varia natura ma, in ogni caso, trasmettono valori di identità. 

Identità economica: offrire cibi preziosi significa denotare la propria ricchezza. Identità sociale: soprattutto in passato, la quantità e la qualità del cibo erano in stretto rapporto con l’appartenenza a un certo gradino della scala gerarchica (il cibo, anzi, era il primo modo per ostentare le differenze di classe) . Identità religiosa: il pane e il vino dei cristiani vanno ben oltre la loro materialità, la dieta dei monaci ha sue regole, la quaresima si segnala con l’astinenza da certi cibi; in altri contesti religiosi, certe esclusioni o tabù alimentari (il maiale e il vino dell’Islam, la complessa casistica di cibi leciti e illeciti dell’ebraismo) hanno il ruolo prevalente di segnalare un’appartenenza. Identità filosofica: le diete vegetariane legate al rispetto della natura vivente o, in passato, a sistemi più strutturati come la metempsicosi o trasmigrazione delle anime. Identità etnica: il cibo come segno di solidarietà nazionale.

Quello che si è perso è il valore simbolico del cibo nella sua accezione originaria che gli conferisce una certa aurea di sacralità e certamente una peculiarità opposte al senso commercializzato e fast, segno di una globalizzazione e macdonaldizzazione della cultura culinaria.

 

FONTE FOTO: spesaduepuntozero.it

 

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