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8 agosto 2012

Tra le misure cautelari più conosciute: gli arresti domiciliari

Com’è noto la “mediatizzazione della giustizia” ha comportato una informazione, non sempre chiara ed esaustiva, sui passi compiuti dagli inquirenti nell’espletamento delle indagini su eventi di cronaca di grande rilevanza pubblica.

Nell’immaginario collettivo, in assenza di adeguate conoscenze in materia, sul soggetto indagato si adombrano con sorprendente facilità le ombre della colpevolezza, quasi dimenticando che ai sensi del secondo comma dell’Art. 27 della Costituzione il “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva” .
Ugualmente, l’adozione di misure cautelari durante le indagini preliminari o il processo, viene percepita come una sorta di riconoscimento, seppur implicito della colpevolezza dell’indagato od imputato.

Preliminarmente deve osservarsi che le misure cautelari sono provvedimenti provvisori ed urgenti adottati dall’Autorità Giudiziaria prima di una pronuncia definitiva sulla colpevolezza che incidono sulla sfera dei diritti e delle facoltà – le libertà personali (misure cautelari personali) e disponibilità economiche (misure cautelari reali) – del soggetto comprimendole al fine di tutelare determinate esigenze e di garantire l’effettività della decisione finale.

Gli arresti domiciliari costituiscono la fattispecie più diffusa che trova applicazione in caso di sussistenza di gravi indizi di colpevolezza, ossia fonti di prova da cui possa desumersi la probabile colpevolezza dell’indagato/imputato e nel contempo di elementi che ne impongano l’adozione quali ad esempio, l’ inquinamento delle prove, il pericolo di reiterazione del reato, il pericolo di fuga.

Trattasi di una misura restrittiva della libertà personale adottata preventivamente, da considerarsi, sotto l’aspetto normativo, equivalente alla custodia in carcere posto che delimitano la possibilità di locomozione della persona entro uno specifico immobile: la casa di abitazione, un altro luogo di privata dimora o di cura e assistenza.
In caso di necessità al giudice spetta il compito di stabilire limiti o divieti alla facoltà dell’imputato di comunicare con persone diverse da quelle che con lui coabitano o che lo assistono.
Qualora il soggetto sia impossibilitato a provvedere alle sue indispensabili esigenze di vita ovvero si trovi in situazione di assoluta indigenza, su provvedimento autorizzativo dell’Autorità Giudiziaria, può assentarsi nel corso della giornata dal luogo di arresto per il tempo strettamente necessario per provvedere alle suddette esigenze ovvero per esercitare una attività lavorativa.

Va precisato che vi sono circostanze nelle quali il soggetto possa essere ammesso agli arresti domiciliari, in luogo della custodia in carcere, proprio in ragione del suo particolare stato; si pensi, ad esempio al tossicodipendente ,all’alcooldipendente oppure al “senza fissa dimora” che possono chiedere l’applicazione di detta misura presso una comunità al fine di intraprendere un percorso di cura e riabilitazione (in questo caso sarà necessaria una dichiarazione di”disponibilità”della struttura di accoglienza) .
In ultimo si potrà verificare l’ipotesi che per ,le sue condizioni di salute fisica o psichica,chieda l’applicazione di tale misura presso ospedali o case di cura.

Vi sono, invece persone, quali deve essere applicata tale misura (vale a dire, non possono essere sottoposti alla custodia cautelare in carcere) come per esempio la donna incinta o madre di prole di età inferiore ai tre anni con lei convivente oppure il padre ,qualora la madre sia deceduta oppure assolutamente impossibilitata ad assistere la prole, la persona affetta da AIDS od altra patologia di cui se ne certifichi l’impossibilità ad essere curata presso la struttura carceraria.

Il fatto che detta misura sia equiparata alla custodia in carcere comporta che il periodo di tempo durante il quale si è sottoposti alla misura degli arresti domiciliari viene computato, a seguito della sentenza di condanna definitiva, ai fini della determinazione della pena da espiare. Inoltre, sussiste il reato di evasione in caso di allontanamento dal luogo ove si è ristretti.

A tale proposito la Suprema Corte ha stabilito che l’allontanamento dalla propria abitazione anche per solo trenta minuti deve essere considerata come evasione in quanto “quella domiciliare è una forma di detenzione a tutti gli effetti”, anche perché rispetto all’allontanamento non autorizzato sussiste la consapevolezza dell’infrazione, vale a dire il dolo generico del reato (Cass. sent.n. 17224/2010).

Appare di tutta evidenza come l’applicazione di detta misura debba avvenire con la massima cautela, proprio al fine di evitare abusi o errori giudiziari. Va rammentato che in gioco vi è la libertà personale dei cittadini ,sancita dall’art. 13 della Costituzione; vale a dire la libertà di vivere senza subire alcun tipo di coercizione fisica e di autodeterminarsi nella propria coscienza sottraendosi da ogni forma di coazione della volontà e della psiche; la ratio della norma costituzionale è chiara: solo l’uomo libero sia fisicamente che moralmente può godere ed esercitare le libertà riconosciutegli dall’ordinamento.

Proprio in virtù della portata di questo diritto solo “per atto motivato dell’Autorità Giudiziaria e nei soli casi e modi stabiliti dalla legge” possono ammettersi misure restrittive quali la detenzione in carcere o gli arresti domiciliari.
Fonte della foto: adnkronos.com

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