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11 settembre 2012

Bologna rimane la più dotta

Nonché l’unica: nessun altro ateneo italiano compare tra  le prime duecento università del mondo. 

Anno di bottino ricco, per l’Alma Mater studiorum: piovono i riconoscimenti accademici e pubblici, come il titolo di ateneo più giovane d’Italia, assegnato questa primavera da AlmaLaurea, o il ruolo di partner nel progetto cittadino di “Bologna Smart City”.

Arriva ora l’indagine Quacquarelli Symonds 2012/2013 a gettare un po’ di scompiglio: il risultato ottenuto dall’ateneo più antico dell’Occidente è il coronamento dei (meritati) successi ottenuti quest’ultimo anno, oppure si tratta di una sonora bacchettata sulle dita?

Dal 2004, ogni anno accademico viene stilata e pubblicata da Top University la classifica QS, una sorta di pagella settembrina dei migliori atenei del mondo. Il calcolo avviene in base al peer review, cioè l’insieme delle valutazioni espresse da rappresentanti del mondo accademico (sondaggio condotto presso 1.300 accademici di 83 Paesi), al rapporto docenti/studenti, al tasso di internazionalizzazione (percentuale del personale accademico e degli studenti provenienti da altri Paesi) e al numero delle citazioni nelle pubblicazioni scientifiche, basato sull’Essential Science Indicators della Thomson Scientific.

Ben 72 Paesi  a competere per il titolo di quest’anno, e il primo posto l’ha ottenuto il MitMassachusetts Institute of Technology, facendo scivolare  Cambridge (che deteneva la corona l’anno scorso) al secondo posto per due soli decimi di punto.

L’Alma Mater compare  solamente nelle ultime file, unica tra le italiane a battere il tetto del 200, ferma al 194esimo posto. Ci si potrebbe anche accontentare, se non fosse che Top University spietatamente immagazzina e ricorda nel menu a tendina le valutazioni degli anni precedenti: nel 2011 Bologna si era aggiudicata il 183esimo  e nel 2007  perfino il 173esimo posto, mantenuto stabile nel 2009 con il 174esimo e nel 2010 con il 176esimo. Quest’anno, invece, non è riuscita a strappare agli stilatori della classifica nemmeno la sufficienza: sulla “pagella” compare un tiratissimo 49,8 % come  valutazione finale.

La seconda italiana a comparire  è La Sapienza, ma la troviamo solamente al 216esimo posto, mentre il Politecnico di Milano si guadagna la 244esima postazione, risalendo un poco la classifica rispetto all’anno scorso, seguito a poca distanza (256esimo posto) dall’Università degli Studi del capoluogo lombardo. Ben lontane l’Università di Firenze e quella di Pavia, scivolate addirittura sotto il 400esimo posto.

Ma per il rettore Ivano Dionigi il risultato di Bologna  ha del prodigioso, e lo dichiara in un’intervista al Resto del Carlino apparsa stamattina: «Quella classifica mi fa doppiamente felice, perché tra la cura Tremonti e l’aumento delle matricole che cosa si voleva? Guadagnare posizioni?». Insomma, si può gridare al «vero miracolo»: i tagli a cui l’Alma Mater ha chinato il capo negli ultimi anni si sono fatti sentire, e rimanere tra le prime duecento università migliori al mondo, anche se non in vetta, è comunque una soddisfazione.

Certo, forse ora come ora Dionigi è troppo impegnato ad attendere la reazione dei suoi studenti e dei suoi docenti ad Alma 33, la rivoluzione del sistema universitario bolognese che prevede il dimezzamento dei dipartimenti e la riduzione del numero delle facoltà, e che prende l’avvio ufficiale proprio in questi giorni, per concentrarsi troppo sul campanellino d’allarme lanciato da Top University. Ma questo non  gli impedisce di fare un’amara constatazione.

Il problema, e lo si è visto emergere fin troppo bene dalla classifica QS, non è certamente solo bolognese: «è che l’intero sistema Italia non tiene: l’ho detto anche al ministro Profumo, le nostre università perdono tutte posizioni» sottolinea Dionigi. Un’aspersione collettiva di ceneri sul capo non è certamente la soluzione più adeguata, ma potrebbe già essere un passo avanti.

Non ci resta che vedere se questo passo ci allontana dal baratro – quello virtuale e simbolico della soglia dei 200 posti nella classifica QS e quello reale e allarmante della spending review –  o invece ci avvicina.

 

(fonte fotografia: Luca Gazzaretti, modificata da Francesca Corno)

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