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6 settembre 2012

Il sovraffollamento carcerario: questione di civiltà

Il sovraffollamento è questione di civiltà, ma non solo, anche di legalità. E’ abbastanza contraddittorio che lo Stato costringa chi ha violato le regole a presidio della legalità in una situazione che palesemente viola quanto disposto dalla legge.

Nelle carceri italiane per detenuti ed operatori giudiziari vi sono drammatiche conseguenze: suicidi, aggressioni nei confronti della polizia penitenziaria, gli atti autolesivi, la proliferazione di malattie infettive.

Evidentemente manca una rigorosa e completa analisi delle cause del sovraffollamento con conseguente assenza di ogni interevento riparatore; ma soprattutto deve addebitarsi questa disastrosa  situazione all’incapacità delle forze politiche di predisporre strumenti indispensabili per la sua definitiva risoluzione.

Da non tralasciare che sull’onda dell’emotività, che colpisce l’opinione pubblica a seguito di campagne medianiche fortemente allarmistiche, la nostra classe dirigente è unicamente alla ricerca di un mero consenso elettorale senza riuscire a trovare in Parlamento soluzioni normative adeguate.

La situazione carceraria del nostro Paese ha meritato, in senso, negativo l’attenzione della Corte di Strasburgo la quale ha condannato l’Italia a risarcire un cittadino bosniaco detenuto nel carcere di Rebibbia a Roma, per violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani (sent. 16 luglio 2009), il quale consacrando uno dei valori fondamentali delle società democratiche proibisce in termini assoluti la tortura e le pene o i trattamenti inumani o degradanti, quali che siano i comportamenti della vittima.

La disposizione in esame impone allo Stato di assicurare che le condizioni di detenzione siano compatibili con il rispetto della dignità umana, e inoltre, che le modalità di esecuzione del provvedimento non cagionino all’interessato uno sconforto e un malessere di intensità tale da superare l’inevitabile livello di sofferenza connesso alla detenzione e che, tenuto conto delle necessità pratiche della reclusione, la salute e il benessere del detenuto siano adeguatamente garantiti.

Nel caso di specie, secondo la Corte, la mancanza palese di uno spazio personale sufficiente (il ricorrente era stato detenuto in uno spazio disponibile pari a 2,70 mq) configura di per sé un trattamento inumano o degradante, da cui ne discende la ricordata violazione dell’art. 3 della Convenzione. I giudici, infatti, argomentano che  “nella fattispecie, l’assenza di preoccupazione da parte dello Stato aggiunge un tocco di indifferenza alla viva sofferenza provocata dal castigo, sofferenza che andava già quasi al di là dell’inevitabile” (sent. 16 luglio 2009) .

La sentenza della Corte di Strasburgo non fa altro che confermare la drammatica e degradata situazione di malessere all’interno delle carceri italiane,  di certo in chiaro contrasto con lo stato di diritto. Urge, pertanto, una rivisitazione della questione che garantisca, attraverso un’efficace politica di edilizia penitenziaria, una detenzione dignitosa tra le mura carcerarie, in spazi non angusti ma adeguatamente ampi tali da garantire un minimo di benessere personale; vanno altresì potenziate le strutture sanitarie, educative e socializzanti.

Certamente quel di cui non si avverte l’assoluto bisogno è la strumentalizzazione politica capace solo di fornire visioni parziali, connotare la discussione di polemiche inutili dettate solo dagli orientamenti ideologici dei protagonisti.

Perché, in gioco vi è la dignità del detenuto così come tutelata dall’art. 27 della Costituzione il quale espressamente impone che le pene non consistano in “trattamenti contrari al senso di umanità” dovendo, invece tendere alla “rieducazione del reo”.

Di certo non può attuarsi alcuna rieducazione nell’attuale sistema carcerario italiano.

Fonte della foto: osservatoriorepressione.org

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