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26 settembre 2012

Se il sud si ferma

L’associazione per lo sviluppo dell’industria nel mezzogiorno (Svimez) ha presentato oggi l’annuale rapporto in cui si fa il punto della situazione economica del sud Italia. Il documento descrive un territorio in seria difficoltà, che presentava notevoli criticità già prima della crisi e che a questa ha risposto peggio del nord Italia e degli altri paesi europei.

Nel complesso il Pil nazionale calerà del 2,5% nel 2012. Dato che, analizzato correttamente, evidenzia un forte gap tra nord (-2,2%) e sud Italia (-3,5)

Anche le manovre restrittive hanno inciso maggiormente nel meridione. Ciò deriva dalle caratteristiche di una struttura produttiva in cui, per troppo tempo, il settore pubblico ha sopperito alla difficoltà di creare un tessuto industriale stabile, andando a sostenere una domanda che altrimenti sarebbe stata di molto inferiore e incidendo notevolmente sui bilanci degli enti pubblici, senza per questo offrire servizi migliori. Inoltre, a differenza delle imprese del centro-nord, le imprese meridionali si sono spinte raramente al di fuori dei confini nazionali affidandosi quasi totalmente alla domanda interna. Con la crisi, il calo dei consumi e il blocco di alcuni degli appalti previsti sono stati un mix insostenibile per molte imprese.

Un’altra caratteristica delle imprese del sud Italia è quella di operare in settori a bassa innovazione tecnologica. Innovare vuol dire differenziare. Se non si riesce ad essere competitivi su questo versante bisognerebbe puntare a diminuire i costi di produzione. Anche in questo caso, la gran parte delle imprese è rimasta all’interno dei confini nazionali, rinunciando a delocalizzare. Ciò ha reso molto difficile diminuire i costi di produzione, mantenendo bassa la competitività delle imprese.

Il crollo della produzione ha avuto importanti effetti sul mercato del lavoro. Ovviamente i più colpiti sono stati i giovani, generalmente assunti con contratti precari, sono stati i primi ad essere mandati a casa. Per la fascia d’età compresa tra 25 e 34 anni è stato calcolato un tasso di occupazione che si aggira intorno al 47,6% nel sud Italia, dato che raggiunge il 75,7% al nord. Percentuale che peggiora notevolmente se consideriamo solo le donne della stessa età.

Basso grado di industrializzazione e frammentazione del tessuto produttivo ostacolano la ripartenza. Sarebbe utile incentivare la nascita di realtà imprenditoriali di maggiori dimensioni. Così come sarebbe utile puntare sull’innovazione, in modo da innescare un circolo virtuoso in cui innovazione produzione e rendimenti possano sostenersi a vicenda.

Ci sono poi alcuni settori in cui il sud Italia risulterebbe più competitivo di altri territori. Uno di questi e quello delle energie, in particolare quelle rinnovabili. Settore la cui crescita dovrebbe essere organizzata in un piano energetico nazionale di lungo periodo, evitando così finanziamenti a pioggia il cui costo è molto spesso superiore al beneficio ottenuto.

Il documento è disponibile al link: http://www.svimez.info/svimez/rapporto/rapporto_materiali/2012/rapporto_2012_linee.pdf

 

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