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22 novembre 2012

Open day: la University of the Arts of London ci apre le porte

A qualcuno sarà capitato di avere la possibilità di visitare o di studiare in un’università straniera. La maggior parte degli studenti italiani, tuttavia, può solo immaginare attraverso cinema e tv l’organizzazione e le strutture degli atenei esteri. L’entrata nella maggior parte dei casi è infatti riservata al personale e agli studenti.

Proprio per questo motivo vengono spesso indette delle giornate di orientamento: basta iscriversi online e presentarsi nel luogo e all’orario concordati per profittare di alcune ore di presentazione dei corsi, esplorazione dell’università e confronto con i docenti.

Per capire meglio come si strutturano questi abbiamo deciso di partecipare insieme a Marta, una studentessa italiana laureata in Scienze della Comunicazione alla Sapienza di Roma, all’open day dell’UAL (University of the Arts of London), al diciassettesimo posto nella classifica delle migliori università al mondo e prima a Londra nelle facoltà di arti creative.

Già alle 16 alcuni studenti muniti di lista attendono i partecipanti all’entrata dell’edificio per guidarli all’interno (trovare il posto è stato facile grazie alla mail con mappa in 3D inviata a tutti dall’università), dopo una mezz’oretta di attesa è tutto pronto per iniziare l’orientamento vero e proprio.

Gli aspiranti studenti dell’Ual vengono radunati in una sala proiezione, in cui il Rettore del dipartimento presenta i corsi e le prospettive che l’università offre: viene proiettato un video, in cui sono riprese le strutture dell’edificio, le attrezzature e alcuni studenti al lavoro. I pensieri di Marta corrono al paragone con la sua esperienza universitaria in Italia. Aule attrezzate con Macbook e classi di al massimo venti studenti. E questo college è “solo” al diciassettesimo posto nella classifica. Dopo questa prima introduzione c’è la divisione in gruppi, a seconda del corso in cui ognuno è interessato. Ognuno di essi viene condotto in un’aula, in cui il direttore del corso in persona presenta il programma, spiega gli obiettivi e risponde a tutte le domande. Solo uno dei presenti è inglese: gli altri provengono dalle più disparate parti del mondo e ben tre sono italiani.

Soprattutto per i corsi post-graduated (lauree specialistiche), le ore sono distribuite in modo da permettere agli studenti che ne necessitino un lavoro part-time (per lo più in ristoranti e bar). La scuola tiene anche dei corsi (a pagamento) di inglese per gli studenti stranieri: infatti il minimo richiesto nella certificazione IELTS è 7.0. L’inizio del corso varia di caso in caso, ma la deadline delle applicazioni può essere estesa e si fanno eccezzioni per studenti che avessero problemi nel superamento dell’IELTS o che necessitassero di un visto di residenza a Londra.

Veniamo congedati con la richiesta di scrivere per email al direttore del corso prescelto qualora vi fossero domande o ulteriori dubbi. Insomma, una grande opportunità che non deve essere presa per nulla sottogamba in quanto ci aiuta a prendere visione delle mille opportunità che vengono offerte all’estero e che purtroppo, come ci sottolinea Marta alla fine di quest’esperienza:  “il paragone con l’Italia è in negativo per quanto riguarda organizzazione e strutture. Tuttavia è ingiusto condannare le università italiane ad totum. Abbiamo anche noi molti docenti competenti e le menti che escono dai nostri corsi sono all’altezza dell’Europa, come si vede quando noi ragazzi italiani “emigriamo” all’estero. In Italia quello che manca è un mercato del lavoro aperto ai giovani, che si vedono tolta ogni prospettiva. E ovviemente un sistema di assunzione giusto, senza le “spinte” che sono diventate la norma, senza esagerazione“.

 

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