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24 novembre 2012

Parlare gatto: dizionario bilingue Italiano-Gatto, Gatto-Italiano

Apprendimento

È appena terminata la ristampa del Dizionario bilingue Italiano-Gatto, Gatto-Italiano: 180 parole per imparare a comunicare correntemente con il felino di casa (Edizioni Sonda, Casal Monferrato – Alessandria).

Bambini e Gatto

Bambini e Gatto

Edito per la prima volta nel 2010, questo curioso strumento per la traduzione delle espressioni feline è certamente un gadget accattivante o, come si suole dire, una simpatica “idea regalo”. E probabilmente la circostanza che questa riedizione si affacci su quella che è, ormai, una sorta di maratona pre-natalizia non è casuale.

Ideato e scritto da Jean Cuvelier, il libro passa in rassegna e tenta di decodificare tutti i comportamenti e le situazioni della vita quotidiana “lato umano” e “lato gatto”: cosa vuole dirci il nostro gatto? Come dobbiamo rivolgerci a lui? E come possiamo interpretare i suoi comportamenti? Il libro scorre piacevolmente, bisogna ammetterlo, unisce humor ad argomenti più seri attraverso le numerose vignette umoristiche di Gilles Bonotaux.

Al di là però delle potenzialità commerciali, e del più che onorevole intento di migliorare i rapporti con il gatto di casa (e magari anche di evitarci qualche unghiata), almeno una domanda questo dizionario la solleva: esiste un linguaggio-gatto? Il “vice-miglior amico” dell’uomo si esprime cioè in un linguaggio assimilabile, e dunque traducibile, nel linguaggio verbale umano? Non per voler “fare le pulci al gatto” ma la questione non è irrilevante.

Esistono centinaia di studi in materia di linguaggio animale, branche intere del sapere (come ad esempio la zoosemiotica cognitiva) ma, per semplificare al massimo la questione, possiamo riportare le due principali scuole di pensiero: la prima ritiene essere l’espressione animale differente da quella umana solo sul piano quantitativo, riportando tale diversità a una semplice questione di stadi evolutivi. L’altra fa invece procedere tale distinzione dalle capacità di astrazione umana: si tratterebbe così di pensare la diversità in chiave qualitativa, come dipendente cioè dal fondarsi dell’espressione animale unicamente su di una “logica associativa”.

Il linguaggio del gatto potrebbe essere allora definito come un sistema di segni associati a situazioni concrete, attraverso cui vengono trasmesse informazioni o emozioni, provocando nei destinatari del messaggio risposte comportamentali in senso lato (Sanguinetti, Filosofia della mente). Pensare il suo “linguaggio” sembra così essere riferirsi a una forma di comunicazione qualitativamente o quantitativamente limitata, ma pur sempre traducibile: sebbene non tutto il linguaggio verbale sarebbe trasformabile in linguaggio-gatto, quest’ultimo risulterebbe essere interamente verbalizzabile dall’uomo in quanto riconducibile semplicemente ad una razionalità più elementare. Ma è davvero così?

Che esista un principio di comunicazione tra un uomo e un gatto è indubbio. Come definire questa forma di comunicazione è tutt’altra questione, tanto più che la traducibilità si baserebbe solo sulla comprensione di una situazione associata a un suono. Possiamo davvero leggere questa situazione con gli occhi del gatto per poi riportarla in quelle che sarebbero le nostre categorie, e dunque le nostre forme di verbalizzazione? Già Quine, sebbene non parlasse di gatti ma di popolazioni “primitive”, si chiedeva come fosse possibile accedere alla razionalità di un popolo culturalmente lontano da noi senza appiattirla sulla nostra. Quando un indigeno indica un coniglio che spunta da un cespuglio ed esclama “gavagai”, in che modo possiamo essere certi di comprendere e rendere nella nostra lingua ciò che sta esprimendo? Si tratta di sorpresa? O forse di fame? Del semplice indicare un coniglio? O forse di qualcosa che dalle nostre categorie non è esprimibile? La perfetta traducibilità e cosa ardua tra esseri umani, figuriamoci tra umani e gatti!

In definitiva, come già si legge nelle meditazioni di Cartesio, il grandissimo problema dell’”altro”, sia esso uomo o animale, è cercare di capirlo rapportandolo, e non riportandolo, a noi stessi. Pretendere di dare una voce umana al gatto significa allora non capire che un gatto è un mondo visto con uno sguardo che non riusciremo mai a cogliere del tutto; significa perdersi la meraviglia di scoprire (o inventarsi come direbbe Quine) un nuovo universo sol perché allettati dalla facilità di ridurre tutto a ciò che conosciamo.

Selene Parigi

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