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15 novembre 2012

Unito: l’università non sta a guardare

Qualcuno può avere avuto l’impressione, errata, che di fronte ad avvenimenti e segnalazioni rimbalzate nelle ultime settimane sugli organi di stampa locali con qualche eco anche in ambito nazionale in cui era direttamente o indirettamente coinvolta l’Università sia rimasta cieca, silente e passiva per imbarazzo o peggio per un inibente complesso di colpa. Non è così. Se l’Università non ha ritenuto di intervenire è perché in alcune specifiche circostanze, come nel caso delle presunte morti per amianto di Palazzo Nuovo, intervenire avrebbe comunque significato alimentare timori ingiustificati dal momento che, secondo una logica mediatica ben nota, ogni smentita spesso amplifica comunque la notizia anche quando ne segnala l’infondatezza.

In realtà il problema amianto a Palazzo Nuovo è stato risolto nel 1999 con un intervento ampio e complessivo e il ritornare ora con toni apocalittici significa compiere un’operazione tesa a creare allarmismi ingiustificati e intempestivi che l’Università non deve avvalorare pur nell’assoluto rispetto dell’inchiesta giudiziaria tesa ad accertare le cause di due sospette morti di mesotelioma, che se davvero causato dall’amianto sarebbe stato contratto comunque prima della bonifica del 1999.

L’Università non è stata a guardare nemmeno nel caso dello sgombero della sede EDISU di via Verdi 15, occupata dal gennaio scorso e recentemente sgomberata dalle forze dell’ordine. Anche su tale episodio sono state dette e scritte molte falsità: qualcuno ha attribuito addirittura all’Università la responsabilità dello sgombero identificando l’Edisu, l’ente per il diritto allo studio universitario della Regione Piemonte nel cui consiglio di amministrazione tutti gli Atenei sono rappresentati ma le cui scelte sono strettamente connesse alle scelte politiche regionali. Proprio a proposito di tali politiche Università di Torino e Politecnico non hanno condiviso la scelta della Regione di diminuire in modo drastico lo stanziamento per il diritto allo studio, scelta che all’origine dell’occupazione di via Verdi e delle proteste studentesche e non solo. Unito e Polito hanno condotto in questo senso una vana battaglia per far comprendere alla Regione come la priorità della tutela del diritto allo studio – ovviamente in presenza di precisi presupposti economici e di merito – non fosse soltanto un dovere costituzionale ma determinasse per Torino e per il Piemonte un ritorno in termini sia di immagine sia di concreto incremento di attività economiche e di consumi sul territorio tali da compensare in prospettiva l’impiego di pubbliche risorse.

La Regione ha legittimamente scelto altre strade dando luogo a diverse priorità di bilancio, ma rimane il fatto che il Piemonte da regione leader in tale ambito, in grado di assicurare borse di studio e ospitalità a tutti gli aventi diritto, si trova ora a collocarsi in una posizione di retroguardia che non le fa onore. Ciò non significa ovviamente giustificare né tanto meno appoggiare manifestazioni o azioni illegali che ovviamente condanniamo specie se condotte da elementi estranei al mondo studentesco, ma non significa nemmeno chiudere gli occhi di fronte alla sofferenza di studenti italiani e stranieri, meritevoli come il loro curriculum dimostra ma le cui condizioni economiche non permettono loro di sostenere le spese di studio e residenza. Come lo stesso ministro dell’istruzione e dell’università va ripetendo in questi giorni in più sedi, non dobbiamo ritornare a una scuola di classe ma dobbiamo assicurare a tutti la possibilità di studiare. Valutando poi – a posteriori – anche con la necessaria severità l’impegno e le capacità di ciascuno. In questo senso l’Università non ha inteso agire con durezza allorché gli sgomberati di via Verdi hanno trovato precario rifugio a Palazzo Nuovo tollerando per alcuni giorni la loro presenza ed evitando facili espressioni di pubblico sdegno per l’ordine sconvolto: curioso che le critiche per tale atteggiamento morbido siano venute soprattutto da chi si è risolto a chiedere alle forze dell’ordine lo sgombero di via Verdi soltanto dopo dieci mesi di occupazione, lamentando poi i danni ai locali e agli arredi. Perché non si è agito prima? Perché si pretende da altri un coraggio politico che non si è voluto o non si è stati in grado di dimostrare per un così lungo periodo?
L’Università dunque non sta a guardare.
Agisce con la responsabilità a cui una grande istituzione deve far riferimento anche nelle circostanze più delicate e complesse come quelle citate. Chi serve e governa molte decine di migliaia di persone, anche se un simile comportamento può dispiacere a qualche interlocutore, non deve seguire le logiche dell’impulsività e della immediatezza irriflessiva, non deve cadere nelle provocazioni né inseguire sullo stesso terreno la superficialità di clamori mediatici.

Il Prorettore, Sergio Roda

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