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27 dicembre 2012

Partire o restare? Come rimanere senza rinunce e credere in un paese migliore

Quest’anno sotto l’albero abbiamo messo dei sogni. Noi, che non ci arrendiamo.

A Babbo Natale dovremmo chiedere se vale la pena rimanere in Italia o magari andare via da qui. Qui, con brandelli di cuore sparsi in ogni città, con quegli odori familiari, con le amicizie, gli amori, le proprie radici. E quei luoghi dell’anima, belli che tolgono il fiato. Qui, dove il terreno inizia a mancare sotto i piedi.

Restare in Italia o andare via?

Vale davvero la pena chiudere tutto in una valigia, libri, ricordi, vestiti e delusioni, subito in fretta, senza pensarci, senza rimorsi, e andarsene? Magari in Finlandia, dove lo Stato investe sugli studenti, crede nei loro progetti, riconosce le loro potenzialità per un futuro sempre innovativo. Davvero, a Helsinki. Sembra un miraggio. Il diritto allo studio. Niente più lotte, scalate violente, lacrime e insulti. Una formazione sana, non come in Italia. Qui ti de-formano, ti tarpano le ali, ti gettano nel primo cassonetto in via Tiburtina.

Il professor Luca Ruzza, docente all’Università degli studi di Roma “La Sapienza”, alla prima lezione di progettazione scenica pose l’annosa questione sul Restare in Italia o andare via, disse: “Io non vi capisco. Dovete essere proprio dei pazzi per rimanere in Italia in questi tempi”. E a fine lezione aggiunse “Però forse fate bene a rimanere. E sapete perché? Perché adesso la cultura è a zero e da zero si riparte. E allora questo è un buon momento per iniziare. Tocca solo a voi!”.

Tocca a Chiara, Eleonora e Francesco, laureati con il massimo dei voti e disoccupati, con la mente già sul primo aereo. Tocca a me e ad altri 13 ragazzi, in attesa dei risultati del Centro Sperimentale di cinematografia de L’Aquila. In attesa da Ottobre perché la Regione Abruzzo non elargisce i finanziamenti accordati e il centro rischia di chiudere. Tocca a noi, forse, rinunciare? Ogni nostro sogno vale un cacciabombardiere F35, acquistato dallo Stato senza esitazioni. Vale tante parole spese dai politici per acquistare voti in campagna elettorale.

Sì, siamo schizzinosi. Troppo choosy per cambiare davvero le cose, per gridare e riprenderci il diritto allo studio, al lavoro. O forse siamo solo stanchi. Un macigno sul cuore, un nodo in gola pronto a soffocare ogni progetto di crescita e formazione. Vale la pena rimanere? Forse negli Stati Uniti, in Danimarca, in Australia. Forse in un’altra Italia.

Non qui, con la disoccupazione giovanile che lo scorso luglio ha raggiunto il 35,3 %, secondo i dati Istat. Non qui, dove la crisi socio-economica ormai uniformata alla nostra pelle sta diventando una condizione ordinaria. Ogni volta che un operaio licenziato o un giovane laureato sottopagato abbassano la testa e si rassegnano, ogni volta muore un pezzo di questo paese. Ci si fa l’abitudine dopo un pò. Storie di ordinaria follia. Si accetta anche il peggioramento di una situazione già in principio al limite della sopportazione. Come  il professore precario che, dopo 30 anni di insegnamento, partecipa al concorsone, covando ancora una piccola speranza dettata dalla disperazione. Dopo anni e anni tra i banchi di scuola deve saper rispondere a delle domande di logica, di matematica. Deve sapere l’inglese anche se insegna educazione fisica, altrimenti non è idoneo, secondo il ministro Profumo.
Qui c’è solo la puzza di una palude di acqua putrida. Un cimitero delle ideologie, in cui rimbombano i cannoni del populismo, di un’austerità autodistruttiva, della svalutazione del lavoro e della cultura. Perchè rimanere in uno Stato che non assicura nemmeno l’istruzione? In un Paese che baratta il sapere con quell’ignoranza che continua ad ingrassare lo stipendio dei parlamentari e che non ne vuole sapere di considerare l’istruzione come un diritto umano fondamentale? Dal 2008 al 2011 sono stati effettuati tagli alla scuola per l’ammontare di 8 miliardi.
Continuiamo a girare a vuoto. Vuoto di ideali, di esempi di onestà politica. Vuoto di cambiamenti. Vuoto di chi si accontenta. Vuoto riempito dalle vecchie voci consevatrici, quella del Papa che ci fa arretrare al medioevo, quella dei movimenti reazionari e fascisti. Quando invece basterebbe attuare i principi della Costituzione Italiana, basterebbe una giustizia più giusta perchè ancora oggi alcuni uomini sono più uguali di altri. La classe politica ha preferito rinchiudere una vera politica economica progressista in chissà quale baule, sotterrato dal peso di un’ideologia che prevede il permanere di privilegi, dell’imbroglio all’italiana attraverso cui si aggira sempre l’ostacolo seguendo strade spianate in nome del vecchio e caro nepotismo. E forse la colpa è un pò di tutti.

Restare in Italia o andare via? Prendere il primo aereo e andere via, rifiutando l’eredità marcia lasciataci dai nostri padri. O rimanere e continuare a credere che sia possibile un’altra Italia, con la consapevolezza della fatica di dover smantellare mattone per mattone un muro che ostacola la salvaguardia della dignità umana. E continuare a batterci fino all’ultimo granello di forza, fino all’ultimo battito.

E allora sotto l’albero quest’anno c’è solo una promessa. Quella di non rinunciare per niente al mondo ai proprio sogni. Buon Natale a noi che ancora ci crediamo.

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