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6 dicembre 2012

Studenti di oggi: occhi su domani

Oggi parliamo con alcuni di noi perché è solo dalla voce, da cori di studenti, è possibile evincere in quale stato si adagi, talvolta ristagnando, il presente collettivo, e in quale direzione il coro di voci in protesta stia dirigendosi.

Il problema è che si dice, e si dice, ma i giovani sono figli della pigrizia, e si riempiono le bocche di parole che significano qualcosa in un universo parallelo mentale, ma nulla sul versante pratico.”

Caterina ha 21 anni, e sogna di entrare alla Scuola di Giornalismo di Salerno.

E’ innamorata, e vorrebbe che fosse facile, decidere di restare. Ma vuole lavorare, e se sarà necessario (sicuramente lo sarà, dice lei) si sposterà, dove sarà possibile realizzare le sue ambizioni.

Non sono diversa dagli altri”  – continua Caterina – “soprattutto perché mi sono ritrovata a combattere contro l’indole pigra che ormai appartiene alla nostra generazione, anestetizzata dall’illusione di vita propinata dai social network.”

Caterina non fuma. Ha qualche chilo in più, ma dice che “sta cercando di smettere”, perché merendine e cioccolata provocano assuefazione, “proprio come facebook”.

Non sto dicendo che i miei coetanei fanno schifo e io no, dico soltanto che bisogna ammetterlo. Ammettere che sì, sto sul divano con gli occhi incastrati sulla grafica blu e bianca e sui nomi, le vite degli altri mentre la propria scorre via senza che nulla venga costruito, progettato, iniziato”.

Caterina ride dell’espressione seria con cui elaboro le sue parole, e bofonchia imbarazzata qualcosa a proposito delle sue mani sempre fredde.

Ha una bella luce, Caterina.

“Anche io stavo lì a perdere tempo, all’inizio. Cioè, per -lì- intendo a casa, a fare ciò per cui gli altri, la mia famiglia magari, avrebbero potuto gratificarmi, che ne so, buoni voti, esami uno dopo l’altro,  non far tardi la sera, ma che sapevo non mi avrebbero portato ad alcun futuro comunque, perché dentro a quella sorta di routine-contentino io non c’ero.

Quando sono arrivata ad un buon livello di disgusto verso quella che stava diventando la mia vita, ho deciso di smettere di far le cose per gli altri, e di fare di più.”

Di più cosa, le domando io.

Beh, di più quello che posso. Ho trovato un lavoretto, in una copisteria, e mi pago i libri da sola. Scrivo per due periodici online, e leggo, approfondisco ogni percorso interessante mi capiti di incrociare quando studio per l’università. Anche per capire un po’ meglio cosa voglio fare, un po’ meglio me stessa. Non è tanto, anzi, ma almeno è di più. E almeno mi sembra di farlo per me”.

Guardo Caterina che si strofina i palmi delle mani fredde e sudate sui jeans e penso ancora una volta che la consapevolezza, nella gioventù come in qualsiasi altro stato d’essere, di percepire, di agire, in qualsiasi condizione e situazione, sia la più importante forma di maturità che si possa decidere di cercare nell’adesso, in questo piccolo e caotico 2012.

E me ne andrò fuori eh. Perché non voglio mai più sentire di avere una vita-contentino.

Voglio un lavoro vero in cui scelgono me tra tanti, voglio uno stipendio con cui vivere, voglio la serenità di poter comprare una casa, e fare dei figli senza l’aiuto dei miei.

E dovessi andare a scrivere del ghiaccio dell’Alaska in Alaska, lo farò, giuro”.

Immagino Caterina, tra una decina d’anni, gli occhi pieni di oggi, e una firma su un periodo inglese, o statunitense, chissà.

E immagino un’altra mente brillante che la nostra Italia distratta avrà perso, l’ennesima.

E non l’ultima.

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