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12 febbraio 2013

Un arabo buono di Yoram Kaniuk – Un Arabo Buono romanzo per capire il conflitto arabo israeliano

Un Arabo Buono” è  la storia di Yoram Kaniuk, è il racconto di un conflitto, è la descrizione di un amore, ma è  anche la trasposizione di una passione, quella de La Giuntina editore che riporta in auge, dopo trent’anni, la verità purtroppo ancora attuale, del conflitto arabo-israeliano attraverso questo romanzo senza tempo

Eva disse: Non posso fare a meno di un figlio da te, Azury, e lui disse: E dove lo alleveremo, come, perché. Il paese trabocca di sogni tremendi, gli ebrei sono ammattiti, gli arabi cercano le loro case e tu vorresti mettere al mondo una maledizione di cui non potremmo mai liberarci? Si sedevano sotto gli aranci dal profumo inebriante e si accarezzavano, arresi all’amore perché non avevano altro cui arrendersi”.

Possono bastare solo poche righe a spiegare e rendicontare di un intero romanzo? Poche parole potrebbero mai essere in grado così, semplicemente, al di là da una sinossi complessa, o di una descrizione dettagliata, di raccontare quello che è il contenuto, il cuore pulsante e vivo della grande opera letteraria di Yoram Kaniuk, “Un Arabo Buono”?

Sì, la risposta, è senz’ombra di dubbio sì: è possibile.

Un uomo, una donna, una genitorialità “in fieri”. Ma soprattutto la paura, il terrore di mettere al mondo un figlio in un tempo, in una terra, in un mondo discendente da niente e da nessuno ma che corre, arranca, cade e si rialza senza mai perdere di vista l’obiettivo: la lotta, seppur dura e sanguinosa per l’affermazione di una nuova identità. Un obiettivo da perseguire a tutti i costi pur rischiando di trascinare, nel bene e nel male, tutto il buono e il non più tale con sé, nel vortice di distruzione di vite e di popoli. Una lotta che finirà per distruggere anche se stessa: annientando e insanguinando il suo stesso humus… che mai diventerà fertile.

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Un Arabo Buono” è tutto questo, ma anche altro. Un libro pubblicato nel lontano 1983 da Yoram Kaniuk e presto ritornato in auge grazie alla casa editrice La Giuntina, da sempre sensibile e attenta ai temi dell’ebraismo.

Ma chi è effettivamente quest’Arabo Buono? Difficile da raccontarlo in poche parole. Ma, molto probabilmente, basterebbe solo leggere le prime pagine per svelarne presto l’identità, per comprenderlo fin da subito, per spogliarlo delle sue memorie e ricoprirlo poi delle sue speranze. Un uomo complesso, così come si rivela complessa, pagina dopo pagina, la stessa opera nel suo insieme.

Quest’Arabo Buono che Kaniuk ci descrive (mai parsimonioso nei dettagli) è un personaggio “geneticamente” e socialmente ibrido, un personaggio quasi mitico, sempre conteso tra un presente inaccettabile e un passato ancor più intollerabile. Non solo figlio nato dall’amore tra un arabo e un’ebrea, ma soprattutto figlio ignaro ereditario della storia, di un conflitto sempre aperto, di una lotta perenne tra una personalità “bifronte” e mai definita fino in fondo e che goliardicamente prende forma, forse, solo attraverso l’esibizione alterna di documenti. Due carte d’identità che raccontano le due complesse anime del protagonista: Yosef. L’uomo mezzo arabo e mezzo ebreo. L’uomo vittima di un giudizio condiviso, il più delle volte di un pregiudizio consolidato.

“Impresa” certamente non facile, nel pieno del conflitto arabo israeliano, essere un uomo di sangue non “puro”. È una commistione di sangue, quello che scorre nelle vene di Yosef e che fluidifica il ricordo sempre vivo della donna che mise al mondo quell’arabo buono: Eva, eroina del ’48, ebrea. Ma sotto la sua pelle, anche i segni tangibili di una storia che parla di suo padre: Azury, uomo colto e di spessore, condannato dal suo essere arabo nel tempo in cui “non era opportuno esserlo” e da una scelta, fatta per amore, di unirsi all’altro in maniera “non prevista”, “inconsueta”, assurdamente.

Un Arabo Buono è, dunque, la storia Yosef ma anche di tutti gli insoliti e strani personaggi di cui, volente o nolente, si trovava ad essere circondato nella sua quotidianità. È la storia di due popoli da sempre in conflitto l’uno contro l’altro. È la storia di una famiglia, quella nata dall’amore struggente ma consapevole tra Azury ed Eva, di un sentimento che seppe andare controcorrente, che vinse la sfida del preconcetto, le avversità della storia, i disastri della vita. “Un Arabo Buono” è, quindi, anche la storia del “possibile”, della possibilità di “essere” in un mondo che prescriveva la direzione più “confortevole”, dell’ “apparire”.

La storia della possibilità che un arabo possa essere un “buono”, della possibilità concreta che un arabo e un’ebrea s’innamorino e si lascino condurre dall’unico senso possibile, l’amore. La possibilità che in una stessa persona, in uno stesso corpo si possano fondere “sapientemente” due anime, quella di Yosef Rosenzweig e di Yosef Sherara. “Un Arabo Buono” non è solo una storia, ma il racconto delle possibilità rubate al tempo, delle possibilità sottratte alla storia, di un’idea resa possibile dall’audacia dell’amore. Perché “Un Arabo Buono” è soprattutto una storia d’amore, una storia di passioni struggenti, una storia che si prostra all’incapacità di comprendere i “troppi perché”. La storia di un mondo avverso anche a se stesso e che annientò il diritto dei suoi figli di essere uomini “buoni”, anche se arabi. Pur se ebrei.

Un Yoram Kaniuk appassionato, ansioso, duro in queste pagine così “vecchie” eppure così drammaticamente attuali.

Una lettura decisamente complessa. A volte quasi un labirinto in cui si può rischiare di perdersi. Uno scritto lucido e “brutale”. Una narrazione sui generis. Anzi, a parere di chi scrive, un racconto semplicemente e tipicamente Yoram.

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