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12 agosto 2013

Al lavoro nella Germania di Hitler. Libro sulla Germania di Hitler di Cesare Bermani

Adolf Hitler

Al lavoro nella Germania di Hitler: Tante storie, un unico destino. Un destino a volte spietato, altre volte benevolo. In tutti i casi, però, sempre sofferente.

Adolf Hitler

Adolf Hitler

Al lavoro nella Germania di Hitler racconta del destino che accomunò migliaia di immigrati italiani nel ventennio fascista del secolo scorso. Partiti con il desiderio di voltare le spalle al passato, di crearsi un’opportunità nel Paese del Fuhrer, assai promettente, si ritrovarono invece a dover affrontare situazioni non promesse dalla propaganda fascista, assai più ardue e complesse.

Al lavoro nella Germania di Hitler racconta di come  per la prima volta lo Stato italiano, negli anni 30, fece propaganda affinché giovani lavoratori decidessero di emigrare in terre al di là del confine: gli interessi erano molteplici sotto diversi punti di vista. L’Italia da parte sua aveva lo scopo di convincere la Germania che era cambiata rispetto a un non lontano passato, mentre da parte tedesca era necessario assumere manodopera in grado di lavorare nelle industrie e nei campi. La Germania prometteva ai braccianti e lavoratori italiani stipendi dalle due alle cinque volte di uno stipendio italiano per il medesimo lavoro. Esso rappresenta un «nuovo modo di emigrare» , come sottolineato dalla stessa propaganda fascista. L’emigrazione non rappresentava più un disagio per lo stato che anzi, ora lo incentivava attraverso incessanti campagne di propaganda.

A ciascuno di questi veniva consegnato una Piccola guida del lavoratore agricolo italiano in Germania prima di partire, in cui si esternava la grandezza dell’Italiano, «creatore e suscitatore di attività», per merito soprattutto del lavoro svolto dal Fascismo, ma ripudiando il parallelo tra l’emigrante odierno con quello del passato: «Tu, oggi, lasci la Patria, momentaneamente; non sei come ieri un emigrante abbandonato, cioè un povero paria, come tant’altri, umiliato, errabondo, respinto dal lavoro» – dice Al lavoro nella Germania di Hitler – Per riuscire a creare il terreno favorevole all’emigrazione volontaria di massa, furono organizzati diversi viaggi “turistici”, d’ispezione, per migliaia di lavoratori italiani dell’industria che si recarono per sei giorni in Germania dal giugno 1938 alla fine del 1939. I viaggi furono ben organizzati per dare una positiva impressione ai lavoratori: tutte le vetture del treno furono addobbate dei colori delle bandiere italiana e tedesca, c’era la fanfara ad ogni partenza, la coreografia ben preparata nei minimi particolari, ma soprattutto la percezione di quell’entusiasmo quasi contagioso che si diffuse tra i lavoratori. Quella «partenza di “treno operaio” ha un carattere completamente nuovo, profondamente fascista» , avrebbe poi scritto T. Cianetti.

I lavoratori che quindi decidevano di partire dovevano prima effettuare una visita medica, di pura formalità, che tuttavia non bloccò chi effettivamente non era in grado di lavorare: gli agricoltori e industriali dovettero in varie circostanze protestare per l’arrivo di braccianti e operai ammalati, inabili, privi di domestichezza con il lavoro dei campi, oppure donne incinte, etc.

La partenza costituiva anche un momento propizio per la vendita di beni, come vestiario e od oggetti di corredo personale, pagabili anche con trattenute sul primo salario, o in caso di grossi acquisti, anche con più trattenute sul salario. La merce, tuttavia, non era di qualità, perché molto spesso a fornirla erano aziende decise a speculare.
Si arriva quindi in Germania pieni di speranza ed aspettative, che però sfumano celermente una volta insediatisi ed iniziati i lavori prestabiliti: il divario tra la propaganda e l’effettiva realtà si sarebbe mostrato enorme.

Ed è qui che l’autore rende originale ed inedito il suo lavoro Al lavoro nella Germania di Hitler: perché dalle interviste fatte a coloro che partirono e vissero in Germania in quegli anni, è riuscito a delineare meglio le abitudini e pensieri degli stessi, senza le quali invece oggi noi non saremmo in grado di capire fino in fondo la gravità di quelle condizioni in cui essi vissero.
Venivano accolti solitamente in una «atmosfera di indifferenza e spesso di malanimo» , ancora memori per il “tradimento del 1914”, e con quella chiara percezione di pretesa superiorità di razza che si voleva accentuare da parte tedesca. Ogni occasione era buona per molti tedeschi per rimproverarli di quel “peccato originario”, di disonorarli, di offenderli: non mancarono i litigi, gli incidenti, i morti.

Al lavoro nella Germania di Hitler racconta come da contratto, aspettavano a loro strutture d’accoglienza certamente non lussuose, ma almeno dignitose: nemmeno quello. Potevano ritrovarsi anche in «diciotto-venti in baracca» . Se fino all’inizio della guerra poterono mangiare a sufficienza per lavorare nei campi, o nelle varie fabbriche delle grandi città, dal 1939, qualcosa cambiò in modo radicale: gli italiani non furono più sfamati, tanto come gli sforzi fisici potevano invece pretendere dopo una lunga giornata. Tante sono le testimonianze di operai denutriti, di braccianti che ad una semplice lamentela, subito ricevevano minacce di ritorsioni, anche corporali, nei loro confronti.

Perché poi tantissimi di questi dovevano farsi diversi chilometri quotidianamente, lontani dalla fabbrica o privi di mezzi messi a disposizione dalle autorità tedesche. A volte le possibilità di prendere mezzi di trasporto c’erano anche, ma bisognava risparmiare, per poter arrivare a fine mese: anche gli stipendi non coincidevano con quanto la propaganda fascista aveva millantato. E chi veniva pagato, se non profumatamente, almeno quanto bastasse per vivere, non poteva nemmeno inviare i soldi in Italia, se non in minima parte, o portare i marchi in Italia: rigide regole esigevano che fossero spesi interamente sul suolo tedesco. E così vi erano coloro che riuscirono a nascondere marchi d’argento dentro le torte, e cambiare i marchi in Italia presso le banche.

Al lavoro nella Germania di Hitler descrive di come la situazione era disperata per moltissimi italiani, sotto quasi tutti i punti di vista; molti di questi chiesero il rimpatrio in Italia dopo poco tempo, per vari motivi: chi per malattie, chi per distanze considerevoli da percorrere quotidianamente, chi perché pagato troppo poco. Molti di questi riuscirono a rientrare in Italia, anche senza autorizzazione, e a proprie spese. Ma anche molti altri invece furono costretti a rimanerci, e in alcuni casi, anche a morirci. Chi non riusciva a rimpatriare, cercava di rendere meno improba e pesante quella vita in terra straniera. Alcuni lavoravano nei giorni festivi, anche in situazioni in cui non era a loro permesso di lavorare, altri ancora scappavano da una fabbrica all’altra, dove le condizioni promesse erano considerate migliori. Per chi veniva scoperto, in alcuni casi si arrivava addirittura all’impiccagione, in altri casi venivano condotti per venti giorni nelle case di rieducazione. Campi di educazione o condanne a morte che non servivano solamente per coloro che compivano azioni illegali: a volte bastava un nonnulla. Uno sciopero in cui si chiedevano condizioni migliori di sopravvivenza, igieniche e sanitarie, ruberie per sopravvivere, commercio clandestino, o semplicemente il frequentarsi con donne tedesche sposate i cui mariti si trovavano a combattere in un fronte.

Molti di questi auspicavano che Mussolini venisse a conoscenza dei trattamenti così turpi riservato agli italiani: «questo era dunque il trattamento che riservava agli italiani la nazione amica ed alleata? E pensavano in cuor loro: “Se Mussolini sapesse…”» . Ma l’ambasciata italiana sapeva? E se sapeva, come reagiva? Alfieri, diplomatico fascista, espresse sempre preoccupazione e sdegno per il trattamento dai tedeschi riservato agli italiani. In diverse occasioni fece presente alle istituzioni tedesche, tra cui lo stesso Hitler, della vergognosa situazione in cui versavano i lavoratori italiani venuti in Germania a lavorare. Addirittura si cercò non solo di limitare e fermare l’afflusso dei lavoratori italiani, ma anche di ridurne gradualmente la loro permanenza in Germania trattenendo in Italia coloro che vi si recavano in licenza. Ma alla fine le insistenze tedesche ebbero la meglio. Le scuse e quelle azioni per riparare al danno commesso non mancarono mai dal fronte tedesco, pur sottolineando quella negligenza ed indisciplina, che molto frequentemente si ravvisavano in diversi lavoratori italiani.

Furono anni difficili, che non fecero mai maturare nella popolazione tedesca, come in quella italiana quella simbiosi, quell’amicizia, richiesta invece dal Patto d’Acciaio, ma soprattutto dal Fuhrer ai tedeschi, dal Duce agli italiani. Eppure solo tra il 1938 e il 1942 le partenze dei braccianti agricoli si attestò intorno ai 200 mila individui, mentre solo degli operai italiani ci furono quasi 290 mila partenze.

Al lavoro nella Germania di Hitler: un lavoro inedito e necessario per poter comprendere meglio alcune realtà quotidiane, documentabili solo grazie alle importantissime testimonianze che Cesare Bermani ha raccolto attraverso le interviste e diari concessi dalle ultime persone ancora in vita. Un libro che si basa non solo più su storie di grandi uomini e fatti politici, ma che riesce a dar voce anche a gente comune, che eppure possono raccontare esperienze importanti e necessarie per riempire grandi lacune che ancora la storiografia contemporanea possiede.

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