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23 ottobre 2013

Test Invalsi 2014. Invalsi all’università, Carrozza e Visco: “i giovani italiani inoccupabili”

 Il ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, vuole immettere nel sistema universitario il test Invalsi per per valutare la qualità degli atenei e verificare le reali competenze acquisite dagli studenti alla fine del loro percorso di studi.

Studenti e Invalsi

Studenti e Invalsi

Il nuovo rapporto Ocse: dati sconfortanti per gli studenti universitari. Dai dati emersi risultato che le competenze e il grado di istruzione degli italiani è troppo basso rispetto a quello degli altri Paesi confrontati.

Proprio da questo confronto il ministro del Lavoro, Giovannini, nei giorni scorsi ha definito i giovani italiani “inoccupabili”.

Dello stesso parere è Ignazio Visco, il governatore di Bankitalia, il quale ritiene che nel nostro bel paese non conviene studiare rispetto agli altri paesi europei, per un semplice motivo: il numero dei diplomati assunti equivale a quello dei laureati. A controbattere tali posizioni è Almalaurea che ritiene che il problema di una laurea sia nel fatto che i risultati si vedano a lungo raggio.

Più competenze con i test InvalsiVisco ritiene che intraprendere la carriera universitaria non conviene perché: “In Italia studiare conviene meno: per i laureati tra i 25-39 anni, la probabilità di essere occupati era pari a quella dei diplomati (73%) e superiore di soli 13 punti percentuali a quella di chi aveva conseguito la licenza media”. Secondo Visco, in Italia gli studenti devono risultare più competitivi e l’unico modo per esserlo è aumentare le competenze, che secondo l’Ocse sono particolarmente basse. Gli Invalsi potrebbero risultare una soluzione per capire il grado di competenze e creare un piano ad hoc per intervenire. In questo modo gli studenti italiani potranno essere competitivi anche nei mercati globali.

Ministro Carrozza

Ministro Carrozza

Il Ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, risponde a Visco mettendo in luce una difficile questione: “Le imprese non investono, cercano qualifiche più basse rispetto a quelle offerte dai giovani. Io penso che esista un problema; la qualifica non corrisponde alla competenza”. Si può dunque essere laureati, ma ciò non vuol dire essere preparati, questo è il problema. Soprattutto se un laureato italiano “ha competenze paragonabili a quelle di uno studente di scuola secondaria del Giappone”.

La qualità dell’università valutata dagli Invalsi – il Ministro circa la questione Invalsi dichiara: “Conta quello che si sa fare, mentre nel dibattito politico c’è troppa attenzione al punteggio per ottenere i titoli necessari. Preferisco i concorsi che premiano la competenza e vorrei che le università venissero valutate”.

Studentessa

Studentessa

Carrozza sotiene che l’unico modo per valutare l’università è col il sistema già conosciuto e criticato dei test Invalsi, opportunamente migliorato e adattato, ovviamente: “Ho sostenuto fin dall’inizio del mio incarico i sistemi di valutazione Invalsi e Anvur. Voglio sapere se gli studenti escono dagli atenei con una laurea in grado di essere alla pari con quelle di altri Paesi” e questo ci sarà “all’uscita dall’università”. Il Ministro è consapevole delle carenze della scuola e vuole porvi rimedio il prima possibile. Un cambio di rotta è ciò che serve perché i punti deboli della scuola sono molti e hanno causato dati sconfortanti. Carrozza cercherà di intervenire sul turn over degli insegnanti, sul metodo di valutazione degli studenti e sul rapporto scuola-università-lavoro. E tutto questo, quando? “Ci sto lavorando”, conclude il Ministro.

Test Invalsi 2014, il parere di Almalaurea – Non solo il Ministro dell’Istruzione, ma anche Almalaurea risponde a quanto dichiarato da Visco circa i test Invalsi. Secondo il presidente Andrea Cammelli, le dichiarazioni di Visco sono in parte veritiere in quanto i diplomati e i neo-laureati hanno lo stesso tasso di occupazione nei primi tre anni dalla laurea, ma a lungo raggio il discorso cambio, perché nella fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni il tasso di disoccupazione risulta al 9% per i diplomati della scuola secondaria di secondo grado e al 12% per i laureati, ma scende al 2% per i laureati oltre i 35 anni. “Per quanto la differenza di 3 punti percentuali del tasso di disoccupazione nei laureati rispetto a quello dei diplomati tra 25 e 34 anni non faccia emergere una migliore opportunità in termini occupazionali con la laurea, nel lungo periodo il vantaggio di chi prosegue negli studi risulta evidente” chiarisce Cammelli. Ma aggiunge che il problema del ritardo rispetto ad altri paesi europei ha ovviamente le sue conseguenze:

“Il problema dei tempi lunghi di inserimento e valorizzazione dei laureati, aggravati dal percorso di studi secondari, uno dei più lunghi d’Europa, comportano che in Italia il differenziale retributivo tra laureati e diplomati, pari ad oggi al 48% nell’arco dell’intera vita lavorativa, si riduca al 22% nella fascia d’età 25-34 (contro una media OCSE del 40%), e lieviti, fino al 68%, in quella 55-64 anni (contro una media OCSE del 73%)

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