• Google+
  • Commenta
26 ottobre 2005

La fabbrica di cioccolato

Gustoso, colorato, fantasioso, surreale e significativo. Termini che si possono affibbiare al cinema di Tim Burton e alla sua ultima creatura, La fabbGustoso, colorato, fantasioso, surreale e significativo. Termini che si possono affibbiare al cinema di Tim Burton e alla sua ultima creatura, La fabbrica di cioccolato. Recuperando un romanzo di Roald Dahl già portato sugli schermi da Mel Stuart nel 1971 con Gene Wilder protagonista, Burton distribuisce melassa su superfici amare, sparge zucchero a velo sul salato e copre col cioccolato basi acri. Restituendo un’opera che ha dietro la vicenda in sé, lineare e priva di colpi di scena, sottotesti e riflessioni in quantità, senza obliare l’unicità del cinema del filmmaker di Burbank, ovvero la capacità di fondere insieme sapori, profumi, rutilanza estetica e un senso della messa in scena oggi pressoché irraggiungibili.
Trama: Willy Wonka, magnate dei dolciumi, ospita 5 bambini nella sua fabbrica e mette in palio per uno di loro un premio enorme.
Il primo obiettivo del regista è contestualizzare l’ambiente con una precisione esasperatamente puntigliosa, facendoci tuffare in un mondo che pare esistere, grazie alle maestose scenografie di Alex McDowell, ai costumi eccentrici di Gabriella Pescucci (già Oscar) e alle luci caramellate di Philippe Rousselot (già Oscar). Il secondo target è dipingere antagonisti che assurgano a paradigma delle distorsioni della società odierna: vengono così ritagliati come figurine la superatleta ipercompetitiva (U.S.A.), il grassone stolido (Germania), la riccastra viziata (Inghilterra) e il teledipendente aggressivo (di nuovo U.S.A.). Il ragazzino russo invece… ha barato.
La terza necessità è quella di modellare un Willy Wonka al contempo decadente e glorioso, potente e vittima, incosciente e determinato. Per farlo ha chiamato in causa il suo attore feticcio Johnny Depp che lo ripaga con l’ennesima performance indimenticabile, riportando la sua recitazione a Edward mani di forbice, con il quale La fabbrica di cioccolato ha diverse aderenze. Non a caso, infatti, anche qui il personaggio fenomenale coincide con una persona isolata, con un figlio dal passato infelice e con un padre da film horror (era Vincent Price nel 1990, è Christopher Lee nel 2005).
A suggellare tale legame ombelicale interviene il genio visivo di Burton, che fa coincidere il taglio del nastro dell’inaugurazione della fabbrica di Wonka con un’immagine strettamente connessa al suo succitato capolavoro goticheggiante: Willy si volta verso il pubblico con occhialoni da sole, cappello e soprattutto una cappotto con le maniche lunghe che gli nascondono le mani, escluse due grosse cesoie che fuoriescono dalla manica destra: riecco Edward Scissorhands, riecco la conferma di uno dei cineasti più ricchi e acuti.
Non mancano esplicite citazione di film come 2001: Odissea nello spazio, La mosca e Psyco, e non mancano momenti di coreografie degne delle Ziegfeld Follies e dei palcoscenici delle Follie di Broadway degli anni ’30, coordinati da canzoncine – purtroppo castrate nella traduzione – e da musichette confezionate ad hoc dal fidatissimo Danny Elfman. Cast formato da Helena Bonham-Carter, Noah Taylor, Freddie Highmore, Deep Roy (l’ineffabile monoespressivo Oompa Loompa) e David Kelly.
Frecciate alla falsa dolcezza apparente delle cose, alla sempre più modaiola perdita di fanciullezza anticipata, alla tirannia della iperproduttività e buoni sentimenti mai affogati nella saccarina, ma intagliati in una logica per la quale il bene vince ma non perché “deve” a tutti i costi, dettaglio che fa da elastico e differenza tra il burton-pensiero e il disney-pensiero.
In sostanza: deliziosa parabola sulle amarezze che si nascondono dietro gli apparenti successi e sulle gioie che si nascondono dietro gli apparenti insuccessi, La fabbrica di cioccolato si incanale alla perfezione nel percorso sempre più esemplare di Tim Burton, autore cupamente affettuoso e allegramente gotico. Abbandonate le ubbie su un film che solo un superficiale incompetente potrebbe definire per bambini, resta un’opera misteriosamente incisa in una colata di cioccolata solidificata e sparsa di punte di peperoncino e assenzio.
Domiziano Pontone

Google+
© Riproduzione Riservata

Copyright © 2004-2015 - Reg.Trib. Salerno n°1115 dal 23/09/2004 | CF: 95084570654 - P.IVA 01271180778

Magazine di informazione su Scuola, Università, Ricerca, Formazione, Lavoro
Attualità, Tendenza, Arts and Entertainment, Appunti, Web TV e Web Radio con foto, immagini e video.
Tutto quello che cercavi e devi sapere sui giovani e sulla loro vita.

Redazioni | Scrivi al direttore | Contatti | Collabora | Vuoi fare pubblicità? | Normativa interna | Norme legali e privacy | Foto | Area riservata |

Per offrirti la migliore esperienza possible questo sito utilizza cookies.
Continuando la navigazione sul sito acconsenti al loro impiego in conformità della nostra Cookie Policy