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19 dicembre 2010

L’impresa “formativa” e il popolo degli stagisti

L’impresa italiana si dimostra consapevole di avere un ruolo importante nella formazione: attua più corsi di formazione, cerca più stagisti in vista della costruzione dell’organico più competitivo possibile. Segali tutto sommato positivi che vengono dal focusFormazione continua, tirocini e stage attivati nel 2009” diffuso da Unioncamere come approfondimento tematico dell’Indagine Excelsior 2010. Segnali tuttavia non appaganti e che indicano di sostenere con più convinzione la potenzialità della formazione continua per valorizzare di più e al meglio chi comincia o continua a lavorare.

Impresa Formativa – Le imprese avvertono l’esigenza di formare ulteriormente il personale in entrata e, tendenzialmente, non si sottraggono al compito di colmare le lacune presenti nel bagaglio conoscitivo dei neo-assunti, provvedendo esse stesse a organizzare una formazione post-entry attraverso l’attivazione di corsi interni ed esterni. Ciò non smette di confermare il gap tuttora esistente tra la formazione “formale” o scolastica e quella effettivamente richiesta in ambito lavorativo ma dall’altro lato segnala il positivo accoglimento da parte delle imprese del loro ruolo istituzionale all’interno degli sforzi per la formazione continua.

L’impresa italiana non è solo consumatrice ma anche produttrice di competenze: la formazione per l’aggiornamento/qualificazione dei dipendenti e i tirocini formativi on the job per studenti e ex-lavoratori sono i due esempi tipici che permettono di inquadrare l’impresa in tal senso.

Le Tendenze – La Tredicesima Indagine Excelsior registra un aumento delle iniziative di formazione continua intra-aziendale e inter-aziendale in una annata, quella del 2009, caratterizzata, come tutti sanno, da forte recessione e crescente tasso di disoccupazione (già a inizio anno l’indagine Excelsior rilevava un drastico contenimento delle assunzioni non stagionali che le imprese avevano programmato di effettuare): la percentuale di imprese che formano è infatti cresciuta del 6,4% rispetto al 2008 (passando dal 25,7% al 32,1%), un innalzamento relativo di entità mai verificatasi prima d’ora.

La formazione continua finalizzata al potenziamento dell’organico è stata quindi la risposta alla difficoltà o impossibilità di assumere nuovi dipendenti. Ma non solo: è anche una parte del risultato delle politiche attivate per far fronte alla crisi del 2009.

Infatti, il conseguente ricorso da parte delle aziende a procedure straordinarie (Cassa Integrazione, mobilità) ha dato il via ad una serie di misure da parte degli enti preposti per fronteggiare al meglio la situazione venutasi a creare, mettendo a disposizione delle imprese dei fondi (tra cui quelli relativi ai Fondi Interprofessionali) da utilizzare per la formazione dei propri dipendenti, in particolare quelli in via di estromissione dall’azienda, anche nell’ottica della riqualificazione professionale, che spesso è una delle necessità per cercare di ridurre i licenziamenti.

La percentuale di imprese formatrici è una variabile fortemente correlata alla dimensione d’impresa: più è grande l’azienda, maggiore è la probabilità che metta in atto iniziative formative per i propri dipendenti (intese come corsi interni o esterni). Ciò si conferma anche in relazione alla percentuale di dipendenti formati rispetto al totale dell’organico: la probabilità di beneficiare di iniziative di formazione in aziende di 500 e più dipendenti è tripla di quella ravvisata in realtà aziendali di massimo 10 dipendenti. La stragrande maggioranza di queste ultime nella composizione del tessuto produttivo italiano rende poco significativo il dato nazionale: il 32% delle imprese italiane ricorre alla formazione continua. Una su tre a fronte del trionfo numerico (oltre il 97% del totale delle aziende) della piccola impresa.

A sorpresa la variabile territoriale non è influente sulla disponibilità ad attuare iniziative di formazione: a fronte di un Nord che presenta percentuali di imprese formatrici superiori al 32% (nella fattispecie, 34,1% al Nord Est e 32,5% al Nord Ovest), ci troviamo di fronte ad un Centro che si attesta intorno al 31,3% e ad un Sud che manifesta un comportamento di poco deficitario su questo fronte(30,5%). Ma la sproporzione esistente tra Nord e Sud emerge parzialmente se si confronta invece il comportamento formativo delle imprese nei confronti dei propri dipendenti in termini di percentuale di dipendenti formati sul totale degli assunti: insieme a Marche, Toscana e Veneto, tutte le regioni meridionali si attestano al di sotto della media nazionale (29,2%).

Con riferimento alle realtà di piccole dimensioni (1-9 dipendenti) il settore più continuamente formativo (sia in merito al numero di aziende che hanno attivato o partecipato a corsi di formazione, sia in merito alla percentuale di dipendenti oggetto di formazione sul totale degli assunti durante il 2009) è quello delle public utilities (società operanti nell’erogazione di servizi di pubblica utilità come acqua, elettricità, gas ecc.), seguito da quello dei servizi, delle costruzioni, dal settore commerciale e, in ultimo, il settore propriamente industriale. Nella categoria dei servizi spiccano, con percentuali superiori alla media ( che ammonta al 35%), le aziende di servizi finanziari e assicurativi (71,6%), quelle eroganti servizi di sanità, assistenza sociale e servizi sanitari privati (48,4%), i servizi culturali, sportivi e altri servizi alle persone (46,4%), istruzione e servizi formativi privati (40,5%).

Impresa e Stage -Nell’ultimo triennio la quota di imprese che ha ospitato tirocinanti e stagisti si è progressiva accresciuta: era stata dell’11,9% nel 2007, è salita al 12,8% nel 2008 e si è portata al 14,8% nel 2009; particolarmente significativo l’aumento di due punti percentuali avvenuto nell’ultimo anno, nonostante sia stato proprio questo l’anno di maggiore intensità del ciclo recessivo.

L’incremento dell’utilizzo di stagisti e tirocinanti è confermato sia considerando ognuna delle quattro circoscrizioni territoriali in cui l’Italia è convenzionalmente suddivisa sia considerando la classe dimensionale delle imprese. Da quest’ultimo punto di vista se la quota delle imprese disponibili a ospitare tirocinanti e stagisti aumenta all’aumentare delle dimensioni aziendali, è però da registrare una flessione di 5 punti percentuali della quota di grandi imprese (250 dipendenti e oltre) che hanno ospitato stagisti e tirocinanti nelle annate 2008 e 2009, a fronte dell’incremento percentuale delle quote relative a tutte le altre classi dimensionali: +5,3 della impresa medio-grande (50-249 dipendenti), un sostenuto +8% della media impresa (10-49 dipendenti), e un +1,2% della piccola impresa (1-9 dipendenti).

Cresce il numero degli stagisti nelle statistiche nazionali ma nel dettaglio dei territori troviamo purtroppo tutte le regioni del sud sotto la media che si attesta al 14,8% delle imprese censite, con fanalino di coda la Campania (7,7%). Andando a consultare la classifica delle provincie, le cinque regioni campane risultano infatti tutte nelle ultime dieci: in nessuna delle province campane si riesce ad ottenere che almeno una impresa su dieci ospiti stagisti o tirocinanti al suo interno.

Prospettive in ripresa – Dato amaro, questo, per noi campani, soprattutto se ciò che si evince dall’indagine del Sistema Informativo Excelsior è che gli stages e i tirocini, in un anno contrassegnato da un forte calo delle assunzioni, sono stati effettivamente utilizzati dalle imprese più che in passato quale strumento di selezione del personale: pur senza la possibilità di evidenziare tendenze consolidate a causa della brevità della serie storica dei dati Excelsior (che registrano dal 2007 ad oggi), non si può tacere sull’aumento dei casi di tirocini/stages trasformati in assunzione che ha interessato con tassi variabili 19 regioni su 20 (tutte tranne la Sardegna). Aumenta in ogni territorio anche la quota di assunzioni previste per le quali le imprese sono ricorse a tirocinanti e stagisti che avevano potuto mettere già alla prova.

Purtroppo è ancora terribilmente vero che a più stage non corrispondono più assunzioni e che il tasso di conversione stage/contratto di lavoro è molto variabile a secondo del settore d’impiego. Ma stage e tirocini si confermano come l’odierno canale di reclutamento di nuovi talenti: aldilà della diatriba tra la troppa teoria e la troppa poca pratica, argomento troppo spesso impugnato come un alibi a giustificare la chiusura ai giovani, serve aumentare le opportunità giovanili di mettersi alla prova in azienda e servono politiche per gestire al meglio questo incontro.

Raffaele La Gala

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