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21 aprile 2011

Justin Bieber: Never Say Never

Dal 21 aprile esce sul grande schermo il film che ripercorre l’ascesa al successo della giovane star del momento Justin Bieber. Premessa: non voglio parlare tanto di Justin Bieber inteso come cantante, cantautore o star che sia, quanto del fenomeno BieberMania che vedrà, in ultimo, l’uscita nelle grandi sale del film prodotto dalla Universal Never Say Never, atteso il 21 aprile 2011.

Il film ripercorre la vera storia di Justin Bieber, nato il 1° marzo del 1994 a Stratford, Ontario, da padre canadese e madre franco-canadese.
Cresciuto dalla madre, Patricia Lynn Mallette, rimasta sola dopo l’abbandono del padre di Justin, partecipa ad una competizione canora a Stratford, nella quale si classifica secondo.

Nel 2007, Bieber e la madre iniziano a pubblicare video su You Tube, che riprendono le prime performance del ragazzo. Il successo in rete gli consente di conoscere Scooter Braun, suo futuro manager. A breve firma un contratto con la casa discografica Island; è già una star internazionale.

La rapida ascesa al successo lo vede protagonista di numerosi eventi artistici, tra i quali lo show di Stevi Wonder Someday at Christmas per il Presidente statunitense Barack Obama e la first lady Michelle Obama, che si tiene alla Casa Bianca per l’evento Christmas in Washington. Siamo nel 2009.

Nel 2011 Justin si vede impegnato nel suo primo tour mondiale. Il 14 febbraio esce il suo 4° album Never Say Never – The Remixes, registrato a New York nell’estate del 2010.
Da fenomeno su Internet a super star globale, che culmina con il sogno di uno spettacolo in 3-D “tutto esaurito” al famosissimo Madison Square Garden.

Si tratta di un film-documentario, in cui sono numerosi i personaggi chiamati ad intervista che raccontano la scalata al successo della giovane star.

Film energico, in cui la spettacolarità americana non manca… anzi.
Coinvolgente in questo senso.

A metà tra il documentario e il film concerto in 3D, il regista Jon Chu ricostruisce in Never Say Never la cronaca degli ultimi dieci giorni che hanno preceduto lo straordinario evento tenutosi nella prestigiosa venue newyorkese.

Il film si apre coi video casalinghi di Justin bambino che improvvisa un djambè battendo a tempo su una sedia, ripercorrendo le ore pomeridiane nel garage del vicino di casa, col quale si divertiva a creare stornelli.

Le esercitazioni alla chitarra, le partite di basket all’aria aperta, giocate con gli amici anziché fare i compiti a casa, le confidenze fatte all’insegnante di canto, con la quale si costruisce un rapporto madre-figlio, l’entusiasmo e la tensione nei camerini, l’euforia del palcoscenico, il calore dello staff che lo ricopre di attenzioni, gli scherzi, il gioco con lo stylist, i rimproveri di Scooter Braun di fronte alle negligenze di Justin, l’adrenalina delle fan che si tatuano a penna “marry me, Justin”, prima delle sue esibizioni, tutto si concatena quasi alla perfezione per restituire la storia di un giovane talento.

Nessuna sconfitta, nessuna titubanza, nessun sacrificio, nessuna porta che si chiude in faccia. In questo senso il successo sembra quasi si raggiunga con la facilità di una passeggiata.

Un fenomeno che sembra toccare tutti, dai grandi ai piccoli, fino al fatidico giorno in cui Bieber sale sul palco del Madison Square Garden, in cui si sono esibiti prima di lui artisti del calibro di Bruce Springsteen, The Rolling Stones, U2 e Michael Jackson.

Fastidioso da questo punto di vista.

Alle testimonianze si alternano spezzoni di live, concerti che vedono protagonista il giovane Justin, accompagnato da altre star del momento, tra le quali il piccolo Jaden Smith, figlio dell’attore Will Smith, anch’egli impegnato nella carriera artistico- musicale.

Un talento… forse. O magari un buon prodotto musicale che ha pensato bene di sfruttare quelle folte sopracciglia seminascoste dalla bionda frangetta e quel faccino da pubblicità della Kinder.

Dal film si evince uno spettacolare sogno americano, un Billy Elliot che assomiglia al Nick Carter della mia generazione, che dalle strade di periferia diventa star mondiale; ma tolto il sogno, in cui ormai stento a credere, ne rimane un film, più che un sogno, americano !

Il film si chiude con la celebre frase Never Say Never, non bisogna mai dire mai, urlata da Justin a fine concerto. Esatto, mai dire mai. Ma mi permetto di aggiungere, in tutta franchezza, che il raggiungimento del successo, che sia questo professionale o morale, si raggiunge sì col talento, ma non solo.

Ci vuole grinta, dedizione, impegno, qualità che sicuramente faranno parte del giovane Justin, ma dal ritratto che ne fa Jon Chu, sembra quasi che questo non comporti sacrificio, studio e rinunce.

L’invito è dunque questo. A credere che sì, mai dire mai, tutto è possibile, o quasi, ma tutti i nostri sogni nel cassetto hanno senza dubbio bisogno di essere coltivati a poco a poco, altrimenti non ne esce che un momento frivolo di notorietà.

Margherita Teodori

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