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24 gennaio 2012

La BUB ci fa riscoprire Pietro Ellero


… “Io tuttavia persisto nella mia opinione che dopo la mia morte non si parlerà più di me”, così il giurista friulano Pietro Ellero (Pordenone 1833 – Roma 1933) aveva intuito il destino che sarebbe stato riservato al suo impegno politico e sociale, precursore di quella che oggi definiamo la coscienza e la tutela dei diritti umani. In epoca risorgimentale, egli lottò per l’unificazione del Regno d’Italia come fervente patriota:

può darsi che l’alba italica del Quarantotto, spuntata durante la mia adolescenza, e che la precoce lettura di qualche tragedia di Alfieri, di qualche vita di Plutarco e del Principe di Macchiavelli abbiano, allora, immensamente aggravato e reso incurabile il mio male.”

Un’elaborazione di pensiero e una partecipazione civile che non comportarono solo onorificenze accademiche (fu professore di filosofia del diritto e di diritto penale sia a Milano che a Bologna) ed istituzionali (divenne magistrato di Cassazione, e poi del Consiglio di Stato, infine Senatore dell’Italia unificata), ma che gli valsero, appena venticinquenne, anche una condanna per “perturbazione della pubblica tranquillità”, quando ancora la penisola era sotto la dominazione asburgica: questo perché egli si batté per l’abolizione della pena capitale sin da studente, dedicandovi la tesi di laurea in giurisprudenza discussa all’Università di Padova. Incriminato fu il passaggio in cui asserì che “la ragione ci appalesa la pena di morte inutile, amorale, ingiusta”. Ne rispose, ma non si fece impressionare e continuò la sua professione di fede fondando il “Giornale per l’abolizione della pena di morte”.

Studioso engagé di primo piano, egli corse molti rischi, eppure, quando festeggiamo la Rinascenza ricordiamo simbolicamente l’epopea di Mazzini, la spedizione di Garibaldi, la tessitura strategica di Cavour, il codice penale liberale di Zanardelli, i romanzi e l’esilio di Victor Hugo; mentre Pietro Ellero rimane figura, ancora oggi, per i più, sconosciuta.

La ragione di questo oblio dipende forse dalla sua decisione di rimanere distante dalle logiche del potere omologante? Fu perché desiderò rimanere ai margini, preferendo al clamore della cronaca un’azione delicata e “di frontiera” come quella dell’insegnamento, della formazione dei giovani studenti in quell’Università che ancora, a dispetto di ogni detrattore, egli riteneva fucina di trasformazione e di idee all’avanguardia?

Voi scordate la cospirazione perpetua delle nostre università contro la tirannide; voi scordate, che ivi dentro maturammo col pensiero per i giorni, che poi ci arrisero; voi scordate, che lo squillo di rivolta primo si partiva dalla torre universitaria, e come di colà uscivano pur testé le legioni di studenti capitanate da’ loro maestri.”

Ipotesi, ma resta il fatto che “Ellero stesso era cosciente dell’oblio che lo aveva già avvolto negli ultimi anni della sua vita”, così leggiamo nel catalogo della mostra aperta in questi giorni (fino al 11 febbraio 2012, negli orari di apertura della Biblioteca) alla Biblioteca Universitaria di Bologna, curata dalla studiosa di manoscritti, Rita De Tata. Sempre nel catalogo, si legge che uno dei motivi che ha spinto questa ricercatrice a inventariare e valorizzare il Fondo Ellero, donato alla Biblioteca nel 1935 dal giurista bolognese Giuseppe Brini (allievo di Ellero), è stata proprio la volontà di riportare all’attenzione generale l’opera di quest’uomo di legge che “si contraddistinse sempre per il ‘far parte a sé’ e per la sua indipendenza di opinioni, caratteristiche che gli rendevano difficile aderire completamente ad una fazione”.

Questa mostra, esempio mirabile del valore dell’interdisciplinarità, permette a tutti, anche a studenti e studentesse di giurisprudenza, di colmare un’imperdonabile lacuna, scoprendo pagine della storia del diritto che non si incontrano durante il corso di studi. Sarà interessante apprendere come Pietro Ellero fu figura chiave in relazione ai grandi protagonisti del secolo attraverso la testimonianza di preziosissimi carteggi autografi ed altri documenti personali.

Statura ordinaria, viso tondo, capelli e occhi ‘castagni’, bocca e naso regolari”, così è descritto nel suo passaporto austriaco, Pietro Ellero molto probabilmente incontrò negli anni dell’università padovana Ippolito Nievodi due anni più grande di lui, iscritto ai suoi stessi corsi giuridici”. Differente fu la loro carriera, ma in comune ebbero anche i guai con la giustizia: Ippolito Nievo, infatti, fu chiamato in giudizio per villipendio della Imperial Regia Gendarmeria a causa della sua novella “L’Avvocatino” (1856), ritratto di una società in declino dove la vocazione a “ciarlare” superava di gran lunga l’ambizione di “lavorare”. Immediati appaiono gli echi degli aforismi di Ellero raccolti nell’operetta moral-sarcastica “La tirannide borghese” (1879), dove si legge “Una sola qualità personale è mestieri pregiare alquanto, la furberia”. Entrambi crebbero che la “rivoluzione nazionale” non consistesse solo nell’unificazione delle regioni italiane, quanto piuttosto nell’integrazione delle varie classi sociali nell’organismo della nazione secondo rapporti di giustizia.

Questo era l’ideale risorgimentale che li animò e che poi li deluse, quando si resero conto che i primi decenni della politica italiana furono segnati dai compromessi e dalle ambiguità della dialettica parlamentare. Non a caso, nel 1886, Angelo Umiltà scriverà una lunga letter ad Ellero tracciando un’amara analisi della situazione politica italiana, diagnosticando “un sempre più diffuso scollamento tra la politica ed i bisogni reali delle masse, di fatto escluse dall’esercizio della democrazia”.

L’amore per la giustizia e l’odio per la tirannide sono stati condivisi insieme a Carducci e Mazzini, Garibaldi, tutti da lui trassero ispirazione e gli rivolsero parole incoraggiamento. Garibaldi, in una lettera, aggiunse: “pare incredibile che in questa terra eletta dove nacque e scrisse Beccaria, l’opinione del popolo non abbia ancora imposto a chi governa questo passo così necessario nella via del progresso e della umanità”. Grande ammirazione e parole di ringraziamento gli pervennero anche da Victor Hugo, che si era esiliato nell’isola britannica di Guernsey. Il romanziere francese, che anche lontano dalla patria continuava la sua lotta contro la pena di morte, ringraziò Ellero, come un alleato, per i suoi “nobili sforzi”.

La questione della nazionalità; le fondamenta giuridiche della sovranità popolare; il valore della democrazia; il vagheggiamento di un’Unione PanEuropea; la necessità di uno Stato di diritto sono la vita di Pietro Ellero e sono le stesse sfide di oggi, tra conflitti e disincanti, rimane il desiderio che possa anche “l’Italia nostra essere grande e felice!

Con questo augurio la Biblioteca Universitaria di Bologna invita tutti a visitare una mostra misurata e semplice, nella sua “discrezione”, necessaria ed eccezionale (per informazioni).

Laura Testoni

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