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9 gennaio 2012

Viaggiare fa bene alla mente?

Ogni individuo, a qualunque cultura appartenga, sviluppa velocemente e presto il desiderio di viaggiare, di andare presso un altrove per assecondare desideri interiori, e quegli scopi realizzabili solo superando la quotidianità nella quale si vive.

Viaggiare

Viaggiare

Eppure, senza la quotidianità, costituita dalla sicurezza della ripetizione, da quella cosa che spesso definiamo monotonia ma senza della quale perderemmo la sensazione della nostra identità, la nostra mente non sarebbe in grado di osare l’abbandono dei luoghi nei quali vive.
In effetti, dal punto di vista antropologico-mentale, mettersi nelle condizioni di lasciare, anche momentaneamente, l’ambiente nel quale si vive significa entrare in ciò che comunemente definiamo avventura, con la conseguente attivazione di una serie interessante di atteggiamenti mentali e comportamenti.

Esistono almeno due atteggiamenti mentali che preludono al viaggio, ed il primo fra questi è l’investimento emozionale che ogni persona riversa sul viaggio stesso, ossia sul percorso che la separa dalla meta, su quello che troverà e sullo stile di vita che dovrà affrontare una volta raggiunta la meta. Questo accade, sia pure in misura ridotta, anche quando decidiamo la gita fuori porta la domenica con gli amici in qualche posto che non conosciamo personalmente, nonostante ci abbiano detto che vale la pena visitarlo.

Le fantasie che precedono il viaggio diventano, in effetti, il vero movente del viaggio stesso, perché quello che interessa la nostra mente non è tanto scoprire qualche cosa di nuovo, ma verificare cosa ci accade emozionalmente quando siamo di fronte al nuovo. Quello che in fondo interessa ognuno di noi è il tipo di relazione che si riesce a stabilire con la novità e fino a che punto tale novità incida sulla monotonia della nostra vita quotidiana, ossia sino a che punto sarò in grado di cambiare qualche cosa della mia routine quotidiana quando farò ritorno a casa. In sostanza, quello che portiamo come ricordo da un viaggio è costituito solo apparentemente dalle cose che abbiamo visto, ma sostanzialmente conserviamo nella memoria le nostre reazioni emozionali agli accadimenti presenti nel viaggio.

Questi accadimenti non sono tanto legati a cose, monumenti, eventi, quanto alle persone che abbiamo incontrato durante il viaggio e al tipo di relazione che abbiamo stabilito con loro e che andremo poi ad associare al luogo preciso in cui tutto ciò è avvenuto. E se non fosse così, nessuno di noi andrebbe più di una volta nello stesso luogo, ad intervalli di tempo stabiliti. Ciò significa che la vera novità che l’individuo ricerca nel viaggio consiste, ancora una volta, nelle relazioni affettive, ossia nei legami, che sarà in grado di stabilire durante la permanenza in quel dato luogo.

Il secondo tipo di atteggiamento che l’idea di viaggio e il viaggio stesso stimolano nella mente umana, è l’appagamento della propria curiosità circa il concetto di normalità/anormalità. Senza confessarlo apertamente, ogni individuo che si trova a visitare un luogo lontano dalla propria immaginazione, cerca di rispondere ad una domanda: è possibile vivere in modo diverso, anche totalmente diverso, da come vivo io nella mia vita di tutti i giorni?

Si tratta della motivazione a scoprire altri stili di vita come probabili, al fine di operare ulteriori considerazioni sul proprio e verificare, dunque, dove sia possibile effettuare qualche cambiamento vantaggioso, anche se il detto popolare recita “chi lascia la vecchia strada per la nuova sa quel che lascia e non sa quel che trova” costituisce un freno non indifferente.

Nello stesso tempo, questo freno è decisamente importante, proprio per salvaguardare il sentimento di identità personale, riferito al proprio gruppo di appartenenza.

Ecco perché si è sempre affermato che il miglior modo per diventare tolleranti e cosmopoliti è quello di viaggiare molto, perché nel viaggio si propone all’altro la nostra identità e si conosce quella dell’altro, altrimenti non sarebbe possibile cum-dividere, il più possibile, stili di comportamento non conoscibili altrimenti.

Inoltre, in questa era globalizzata, in cui i viaggi aerei sono diventati meno costosi di quelli in treno, l’opportunità di viaggiare e trascorrere periodi relativamente lunghi in paesi che una volta facevano parte forse per tutta la vita solo del nostro immaginario, rappresenta una vera e propria occasione educativa prolungata nel tempo.

E fortunatamente anche le Istituzioni educative europee hanno compreso questi aspetti importanti del viaggiare consentendo ai nostri giovani studenti, con programmi quali Erasmus e Socrates, la possibilità di studiare e vivere nei diversi paesi dell’Unione.

Alessandro Bertirotti

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