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22 marzo 2012

Anche l’Alma Mater contro i virus pandemici


Con il Progetto Predemics le maggiori nazioni europee si uniscono per la ricerca di cure e soluzioni contro i virus che causano le malattie emergenti ad alto potenziale di trasmissione nell’uomo. Anche l’Università di Bologna, in collaborazione con l’Azienda Ospedaliera Universitaria del capoluogo, sarà in prima linea nella ricerca. La notizia è stata resa nota sul portale dell’ateneo pochi giorni fa, esplicando in un comunicato gli obiettivi del progetto e il ruolo in esso dell’Alma Mater.

Il Progetto Predemics è partito all’inizio del 2012 per rispondere alle epidemie che si sono verificate negli ultimi quindici anni, e che hanno visto il diffondersi, in alcuni paesi, di virus come la la SARS, l’influenza H5N1 e H1N1, la West Nile. Il programma, fortemente voluto dalle autorità pubbliche per prevenire focolai e scongiurare epidemie, si concentrerà su quattro virus in particolare: influenza, epatite E, encefalite giapponese e flavivirus correlati (come quelli responsabili della malattia da West Nile virus) e lyssavirus, specialmente quelli che provocano la rabbia.

Il pericolo di questi virus sta nel fatto che, essendo pandemici, rischiano di provocare epidemie la cui diffusione può interessare diverse aree geografiche, con alto numero di casi gravi e mortalità elevata. Nella storia dell’ultimo secolo varie pandemie si sono presentate in più parti del mondo creando aree di contagio molto vaste, basterà ricordare l”influenza asiatica’ del 1957 e l”influenza di Hong Kong’ del 1968. Anche il virus dell’HIV viene classificato tra queste patologie virali altamente contagiose. Recentemente, nel 2003 nel 2004 e nel 2009, si è temuto per la salute pubblica a causa della diffusione dei virus della SARS, dell’influenza aviaria e dell’H1N1, che per fortuna si sono rivelate meno pericolose del previsto.

«Si tratta di virus che superano le barriere di specie e si diffondono nell’ambiente. Per questo vogliamo capire come ciò accade studiando quattro modelli di infezione» afferma Vittorio Sambri, responsabile del gruppo di ricerca bolognese. «Sono microrganismi potenzialmente pandemici per cui è necessario lo sviluppo linee di ricerca e gruppi di lavoro integrati costituiti da medici e veterinari. Vogliamo applicare un approccio innovativo che comprende anche piattaforme di condivisione delle informazioni, alle quali potranno accedere anche ricercatori al di fuori del progetto».

I fondi per la ricerca sono stati messi a disposizione dall’Unione Europea: nell’arco di cinque anni saranno distribuiti 11,7 milioni di euro a diciassette istituti di ricerca in tutta Europa. Per l’Italia parteciperanno al progetto, oltre all’Università di Bologna, l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, l’Istituto Superiore di Sanità di Roma, la Fondazione ISI di Torino e l’Istituto Nazionale Malattie Infettive “L.Spallanzani” di Roma. Il consorzio dei membri del programma ha deciso di dedicare il progetto di ricerca alla memoria di Isabel Minguez Tudela, recentemente scomparsa nell’aprile 2011.

Con il progetto sarà creato un database, a disposizione dell’intera comunità scientifica, in cui saranno contenuti anche tutti i risultati della ricerca. Gli studi verteranno soprattutto su i fattori di rischio connessi ai virus, all’ambiente e all’ospite, in un’ottica interdisciplinare che vede coinvolte diverse figure di esperti europei in ambito biomedico. Al Centro di Ricerca Ospedaliero dell’Università di Bologna sarà affidato il compito di studiare i flavivirus, in particolare sul West Nile virus. Nella ricerca sarà coinvolta, non solo l’Università, ma l’intera Azienda Ospedaliera della regione Emilia Romagna.

Il gruppo di ricerca bolognese come le variazioni del genoma dei vari ceppi virali di flavivirus circolanti in Europa possano influenzare la patogenicità dello stesso e la risposta immune dei soggetti umani infettati. «Questi progetti costituiscono delle grandissime opportunità per i ricercatori italiani – conclude Sambrisia per la crescita e il raggiungimento di risultati eccellenti, sia per la mobilità e l’internazionalizzazione dei ricercatori».

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