• Google+
  • Commenta
27 marzo 2012

La famiglia: il modello iperprotettivo

La famiglia: il modello iperprotettivo

La famiglia iperprotettiva

Nello scorso articolo ci siamo soffermati sul modello democratico-permissivo della famiglia, mentre con questo, continuando nell’analisi assai interessante proposta da Giorgio Nardone, vedremo meglio un ulteriore modello, dei cinque presentati dall’autore, ossia quello iperprotettivo.

Innanzi tutto, l’autore conferma un’opinione che anche noi ci eravamo costruiti circa questo modello e il periodo storico attuale italiano, ossia che esso rappresenti, in effetti, il modello prevalente della nostra cultura odierna.

Si tratta, in effetti, di una famiglia “sempre più piccola, chiusa e protettiva, nella quale gli adulti si sostituiscono continuamente ai giovani, rendono la loro vita più facile, cercano di eliminare tutte le difficoltà, fino a intervenire direttamente facendo le cose al loro posto” (Nardone G., Giannotti E., Rocchi R., 2010, Modelli di famiglia, TEA Edizioni, Milano, pg. 45).

Lo stile comunicativo presente in questo tipo di famiglie è davvero specifico ed assai riconoscibile, perché è qualificabile, nella sua dimensione generale, come ridondante e con le seguenti caratteristiche: “le parole e i gesti dei genitori enfatizzano la dolcezza, l’accoglienza, il calore, la protezione, l’amore (Nardone G., Giannotti E., Rocchi R., idem:46), all’interno di una relazione genitori-figli basata su un vero e proprio “pronto soccorso”, cioè con un immediato intervento genitoriale di fronte alla minima difficoltà del figlio.

Gli argomenti principali della comunicazione tra adulti e figli sono quelli legati alla preoccupazione per la salute fisica, l’aspetto estetico, il tipo di alimentazione, gli insuccessi/successi scolastici, le abilità sportive e la socializzazione, affrontati nella relazione attraverso domande sul “come”, “quando” e “dove”, con lo scopo di anticipare qualsiasi frustrazione o difficoltà.

[adsense]

I figli, dal canto loro, nel tentativo di autonomia, se mantengono in privato alcune loro considerazioni oppure azioni, subiscono rimproveri subliminali, ossia diventano vittime di atteggiamenti non verbali squalificanti, come silenzi, “musi lunghi”, innescando inevitabilmente un profondo senso di colpa verso il genitori.

Le regole esistenziali famigliari sono le seguenti: “a), la madre è ancora la «responsabile designata culturalmente» (costantemente preoccupata di non essere una madre «sufficientemente buona») dell’educazione e dei comportamenti del figlio a essa conseguenti; b), il padre spesso è come la madre, per cui entrambi sono perfettamente d’accordo sulla missione di genitori, e dimenticano di essere prima di tutto una coppia. Oppure il padre non è più il detentore delle regole, ma un osservatore esterno inascoltato, spesso squalificato dalla moglie per il suo scarso interventismo; c), fare tutto il possibile perché il figlio sia all’altezza degli «status symbol» prevalenti (essere vestiti alla moda, fare attività extrascolastiche, avere il motorino, naturalmente il telefonino: essere non solo come gli altri, ma avere di più); d), i genitori sono raramente capaci di intervenire con correttivi autorevoli. In altri termini non sono capaci di punire; e), (…), ogni regola può cambiare quando risulta troppo punitiva o frustrante per il figlio; f), la richiesta principale rivolta al figlio è quella di accettare i privilegi che la situazione offre con l’unico vicolo di non fare resistenza; g), chi si oppone, non perde alcun privilegio né l’amore dei genitori, rischia soltanto di farli soffrire” (Nardone G., Giannotti E., Rocchi R., ibidem:47).

Da questo insieme di regole, che sono veri e proprie ingredienti dello stile di vitafamigliare presente in questo modello, emergono conseguenze importanti a livello comunicazionale e semantico, e in particolare le seguenti regole, esplicite oppure implicite: a), i figli comprendono subito che non vanno mai incontro a conseguenze gravi ed irrevocabili, se non rispettano alcuni desiderata genitoriali; b), i genitori quanto i nonni sono nella facoltà e volontà di intervenire al posto dei figli/nipoti quando ad essi si pongono problemi; c), tutto ciò che è gratificazione, come premi e regali, è ovvio e scontato, e può essere dilazionato nel tempo anche e non prevede impegno o sforzi, perché le cose si ottengono per diritto, proprio in nome del fatto che io esisto e sono straordinario.

Le ulteriori conseguenze esistenziali che questo modello famigliare propone, siano essere avvertite subito che dopo un certo periododi tempo, quando purtroppo può diventare più complesso intervenire specialisticamente saranno: a), i singoli individui della famiglia non possiedono una vera e propria loro identità, perché tutto appare sempre confuso, a vantaggio dell’uno oppure dell’altro; b), tanto i successi quanto gli insuccessi sono situazioni qualificanti il genitore in primis, e non il figlio; c), in questa situazione, il figlio diventa un simbolo di integrazione sociale positiva oppure negativa, qualificando ulteriormente il ruolo dei genitori in questo gioco, ed escludendo il figlio da sogni autonomi.

Dire al proprio figlio: “Vedi, amore mio, io faccio tutto questo proprio perché ti amo”, può nascondere, in effetti, in questo tipo di famiglia, un ulteriore e più sostanziale messaggio: io faccio tutto questo, caro figlio, perché temo che tu da solo non sia in grado di farlo, avendo la sensazioni che tu sia un incapace.

E il figlio diventa incapace, perché tale dubbio semantico si trasforma in profezia… con il rischio che si autoadempia durante l’adolescenza. Troviamo allora figli arresi, che hanno lasciato datempo la loro vita nelle mani dei propri genitori, verso i quali provano un debito di riconoscenza che li tiene in gabbia, dimostrando al mondo tutta la loro inettitudine.

Alessandro Bertirotti

Google+
© Riproduzione Riservata