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7 marzo 2012

Lo statuto della discordia

C’è maretta all’università di Trento, e in molti si augurano non diventi un uragano.

Il Senato Accademico ha praticamente ultimato il procedimento per l’approvazione del nuovo statuto e subito infuriano le polemiche, specie per quel che riguarda le possibili ricadute del provvedimento nell’ambito della ricerca e di chi la esercita.

È opportuno precisare come giunga in tal modo a conclusione un percorso avviato oltre due anni fa, nel novembre 2009, quando il governatore Dellai, in base al cosiddetto “Accordo di Milano” stabilito con i ministri Tremonti e Calderoli, conferì alla Provincia autonoma la delega in materia di università.

In seguito al rapporto presentato dalla Commissione sull’Università, insediatasi nel febbraio 2010, la norma ricevette l’approvazione del Ministro Gelmini, il che portò dritti al decreto legislativo con cui il Consiglio dei Ministri sancì il definitivo passaggio di consegne dallo Stato alla Provincia (giugno 2011).

Non fu necessario attendere molto per l’insediamento (settembre 2011) della Commissione incaricata di provvedere alla redazione dello statuto, di cui sarebbero state stilate altre due versioni prima di quella definitiva che si appresta ora ad entrare in vigore.

Nel pomeriggio di lunedì, il testo è stato sottoposto ad una accurata valutazione ed ha ottenuto unanimi consensi. Il passo successivo spetterà alla Provincia ed al Ministero dell’Istruzione, il cui benestare spianerà la strada all’emanazione di un vero e proprio decreto rettorale.

La riorganizzazione dell’ateneo contemplata all’interno del nuovo statuto rappresenta una scelta radicale, che sposa in particolare molte delle linee guida previste, a partire dal dicembre 2010, dalla riforma Gelmini.

È sufficiente pensare, ad esempio, all’impatto che le nuove norme avranno sulle Facoltà, le quali risulteranno drasticamente ridotte in contrapposizione alla nascita di ulteriori e numerosi Dipartimenti.

Ma anche in questa circostanza c’è chi alza la voce per dire di no. E quel “chi” è incarnato dall’associazione dottorandi e dottori di ricerca di Trento (Adi).

L’ex presidente (ora dimissionario) Alexander Schuster aveva già da principio rilasciato dichiarazioni senza mezzi termini: “L’Università di Trento compie scientemente un passo che relega i dottorandi a un ruolo inferiore a quella degli stessi studenti che valutano agli esami. Inoltre, la carta fondamentale passata oggi fa della flessibilità contrattuale dei giovani ricercatori a tempo determinato, introdotti con la riforma Gelmini, motivo per togliere loro quel riconoscimento e quella dignità che i loro predecessori avevano.

Come spesso accade – attaccava – il cambiamento rafforza certe logiche e certi poteri. Per fare spazio alla Provincia, si sono esclusi i giovani.

Schuster non lasciava adito a dubbi su come l’Adi avrebbe deciso di porsi, preannunciando che “porterà all’attenzione della Provincia e del Ministero (Miur) la violazione del principio di eguaglianza e della garanzia di partecipazione che sono espressione dell’ordinamento universitario nazionale. Con l’appoggio della Segreteria nazionale Adi produrremo un documento che mostrerà come l’Università di Trento ha escluso come nessun’altro ateneo italiano i giovani ricercatori e i dottorandi dai propri organi istituzionali.

Poi, circa un’ora fa, il colpo di scena: Schuster avrebbe deciso di dimettersi dal proprio ruolo, esprimendo solidarietà ai ricercatori (“non avranno piu’ voce ne’ loro, ne’ assegnisti e ricercatori a tempo determinato”) e sostenendo di provare imbarazzo “per uno statuto che e’ forse il peggiore d’Italia riguardo a dottorandi e giovani ricercatori.

Le avvisaglie di un muro contro muro, in verità, c’erano già state, e non solo da parte dei dottorandi. A cominciare dal fatto che la seduta ristretta del Senato Accademico che ha dato il via libera al testo dello statuto abbia visto la clamorosa all’esclusione del Consiglio degli studenti.

Il Rettore ha sempre sostenuto che la seduta del Senato per l’approvazione dello statuto sarebbe stata integrata”, ha rivelato la Rappresentante Greta Chinellato, la quale, in una breve intervista a Sanbaradio, ci ha tenuto a ribadire come, sia lei che i suoi colleghi, questo stesso statuto non abbiano potuto “né scriverlo né votarlo”.

Evidentemente, se volevamo uno statuto all’unanimità ce l’abbiamo avuto, senza studenti” ha aggiunto la studentessa, bollando inoltre l’iter che ha portato alla stesura del documento come “non democratico” e caratterizzato da “molti punti abbastanza ambigui”.

E non è tutto. Michele Andreaus, docente di Economia Aziendale presso l’Unitn, aveva scritto non più di un mese fa all’Adige esprimendo il proprio parere critico nei confronti del documento che si accingeva a vedere la luce. “Quello che noi assolutamente non vogliamo – diceva – è di diventare un’università domestica e addomesticata, quindi per evitare questo rischio chiediamo di migliorare i contenuti e le regole del nuovo statuto. I professori non hanno alcun interesse a ricercare dei compromessi al ribasso.

Anzi – sottolineava ancora Andreaus – , più riusciamo a qualificare la proposta e l’assetto di governo dell’Università, meno rischi corriamo di vedere, un domani, la Provincia mettere effettivamente le mani sull’Università.

Il tutto fa abbastanza sorridere pensando a quelli che erano, mesi fa, gli auspici della Commissione Statuto, la quale richiedeva, nella redazione del documento, il parere di tutti gli interessati, dal Consiglio di Amministrazione ai docenti, dalle Facoltà agli stessi studenti.

Una prova delle opinioni contrastanti sullo statuto era costituita dalle due bozze che era stato necessario modificare, sino a giungere, nel corso della riunione di venerdì, ad una “soluzione finale” che neppure accontenta tutti.

E pensare che il Rettore Davide Bassi si era mostrato cautamente ottimista: “Rispetto alle versioni precedenti sono state apportate numerose modifiche che tengono conto dei vari suggerimenti pervenuti. L’intero testo è stato sottoposto ad una profonda revisione di natura tecnico-giuridica che ha contribuito a renderlo più chiaro e leggibile. Colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a questo lungo e faticoso processo di elaborazione della proposta.

Studenti e ricercatori dell’ateneo trentino, ad ogni modo, non si ritengono soddisfatti. E il braccio di ferro va avanti.

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