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15 aprile 2012

A casa dei genitori vita natural durante?

L’aggravamento della crisi economica che colpisce soprattutto le nuove generazioni sembra aver accentuato il fenomeno della permanenza dei giovani presso la famiglia ber oltre il raggiungimento della maggiore età.

Si è in presenza, tuttavia, di un costume che spesso prescinde le difficoltà economiche ed occupazionali e che prende le mosse da una sorta di inclinazione di alcuni giovani verso una vita “comoda” e  de-responsabilizzata che solo il contesto familiare può loro garantire.

Ma cosa dice la Legge a proposito?

La nostra Carta Costituzionale all’Art. 30 attribuisce in capo ai genitori il “dovere e diritto di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio”; al fine di attuare questa disposizione l’Art. 147 del Codice Civile  attribuisce al matrimonio tale obbligo di mantenimento nella considerazione espressa “delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli” mentre, il susseguente articolo 148 precisa che i coniugi devono adempiervi : “in proporzione alle rispettive sostanze e capacità di lavoro professionale e casalingo”.

Va precisato, che l’obbligazione  di cui all’Art. 147 c.c., finalizzata al soddisfacimento di tutti i bisogni di vita, vale a dire scolastici, abitativi, sanitari, sociali, assistenziali, morali e materiali, va distinta dall’obbligo di prestare gli alimenti previsto dall’Art. 433 c.c. il quale presupponendo lo stato di bisogno è diretto prettamente a garantire la sopravvivenza.

Detta disciplina va letta necessariamente alla luce delle pronunce della Corte di Cassazione che si sono susseguite nel tempo; innanzi tutto deve precisarsi che la posizione  del figlio maggiorenne che senza colpa non sia economicamente autosufficiente è stata parificata a quella del figlio minore in base al principio sancito dall’Art. 4 Costituzione che sancendo il diritto al lavoro per tutti i cittadini riconosce loro anche il diritto di svolgere “un’attività lavorativa consona alle proprie possibilità e alle proprie scelte”.

La Corte di Cassazione ha infatti affermato che “…l’obbligo dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età, ma perdura immutato finché il genitore interessato non provi che il figlio abbia raggiunto l’indipendenza economica (o sia stato avviato ad attività lavorativa con concreta prospettiva d’indipendenza economica) ovvero finché non sia provato che il figlio stesso, posto nelle concrete condizioni per poter addivenire all’autosufficienza, non ne abbia, poi, tratto profitto per sua colpa” ( Cass. 7 aprile 2006 n. 8221).

Tale obbligo, naturalmente, non viene meno anche in caso di separazione dei  genitori.

Il dovere di mantenere, istruire ed educare la prole, infatti, impone ai genitori, anche in caso di separazione; infatti l’Art. 155 quinques c.c., così come introdotto dalla Legge n. 54/2006 ha attribuito al giudice, in sede di separazione o di divorzio il potere di riconoscere ai figli maggiorenni non indipendenti economicamente un assegno di mantenimento periodico da versare loro direttamente, o nelle mani del genitore convivente (o con maggiori periodi di coabitazione con il figlio) o che l’importo sia diviso tra questi e il figlio.

Sia il genitore che il figlio maggiorenne sono legittimati a richiedere il  predetto contributo per quest’ultimo. La cessazione del contributo per il mantenimento del figlio divenuto maggiorenne non è automatico, ma è subordinata alla domanda giudiziale del coniuge onerato dell’assegno ed all’accertamento dell’acquisizione di un’adeguata autosufficienza economica da parte del figlio che, come abbiamo anticipato, è riservato al prudente apprezzamento del giudice.

Deve, tuttavia, evidenziarsi che la Cassazione nel tempo ha assunto un approccio eccessivamente protettivo, quasi “materno”  nei confronti dei figli maggiorenni a carico dei genitori giacché in più occasioni ha fatto gravare in capo a questi ultimi l’obbligo di “fornire  la prova che ciò dipenda da una condotta colpevole del figlio che persista in un atteggiamento di inerzia nella ricerca di un lavoro compatibile con le sue attitudini, rifiuti le occasioni che gli vengono offerte o abbandoni senza valide giustificazioni il posto di lavoro da lui occupato (Cass. Sent. n. 475/1990, 13126/1992, 8383/1996, 4765/02).

Si attende, pertanto, un intervento legislativo che porga un argine a condotte palesemente ingiustificate di figli poco inclini ad assumersi la responsabilità di una vita autonoma e svincolata dal contesto familiare, e sembra che la recente sentenza della Suprema Corte possa fornire al legislatore degli spunti interessanti per una disciplina più concreta. I Giudici di Legittimità, infatti, si sono pronunciati sul  ricorso di una ex moglie che chiedeva all’ex marito di continuare a versare il mantenimento per una delle tre figlie, una giovane donna di 36 anni non economicamente autonoma la quale a differenza degli altri figli, aveva rifiutato un lavoro offertole dal padre. A fronte di tale rifiuto la ragazza si era vista revocare il mantenimento dalla Corte di Appello sulla base del fatto che indubbiamente la ragazza poteva procurarsi da sola i mezzi di sussistenza. La Cassazione ha condiviso la motivazione dei giudici di secondo grado chiarendo che quel rifiuto deve considerarsi ingiustificato e quindi il padre ha titolo a sospendere il mantenimento. (Cass. Sent. N. 610/2012)

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