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29 aprile 2012

Il valore del lavoro

Tra le pagine del libro di Benedetta Tobagi “Come mi batte forte il tuo cuore”, in un capitolo dedicato alle ricerche giornalistiche del padre Walter sulla diffusione tra i giovani delle teorie di Toni Negri e in modo particolare della così detta ideologia del “rifiuto del lavoro”, trovo un’illuminante citazione di Primo Levi: “Al giorno d’oggi il rifiuto del lavoro è addirittura teorizzato da componenti giovanili, ma anche senza giungere a queste posizioni estreme esiste in strati piuttosto diffusi una tendenza a sottovalutare la componente professionale intesa come valore positivo in sé…

Amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra.” Sono parole forti, pronunciate da chi ha visto la scritta “il lavoro rende liberi” all’ingresso dei campi di concentramento e ha provato sulla propria pelle quanto il lavoro possa diventare per l’uomo attività degradante e umiliante. E nonostante questo lo scrittore a cui fa sicuramente eco Benedetta Tobagi, vede nel lavoro una possibilità per l’uomo di essere felice, di realizzarsi pienamente.

Sono parole forti per le nostre orecchie, abituate in questi ultimi tempi a sentire la parola “lavoro” sempre accompagnata dalle parole “crisi”, “disoccupazione”, “precariato”.
Mai accanto alle parole “amore”, “felicità”; insieme suonerebbero come un ossimoro stridente. Il lavoro è per molti di noi universitari un enorme punto di domanda: impossibile prevedere quale occupazione ci riserverà il futuro, se sarà attinente con il nostro percorso di studi, quanto durerà. In questo modo il lavoro diventa sempre più una fonte di preoccupazione e sempre più viene percepito come una necessità, come un mero mezzo di “sussistenza” da affiancare a quella che è la vera vita, la vita che inizia al termine delle ore lavorative. Considerare il lavoro come semplice “mezzo per” significa svuotarlo del valore che esso contiene in sé.

Se per gli antichi il lavoro rappresentava una punizione per l’uomo peccatore, secondo la tradizione biblica, o un’attività umiliante da riservarsi alle categorie sociali inferiori, il corso della storia ci ha insegnato come il lavoro sia alla base dello sviluppo sociale e culturale di ogni civiltà. Tale importanza è chiaramente riconosciuta e sottolineata dal primo articolo della Costituzione Italiana che dichiara la nostra Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Accanto al valore sociale, politico che esso riveste, credo sia fondamentale riuscire a riconoscere il ruolo che il lavoro svolge nella vita personale di ogni uomo. È innegabile la soddisfazione che ognuno di noi può trarre dal vedere ben fatta l’opera del proprio lavoro, dal constatare le proprie qualità in azione, dal riconoscere l’utilità che anche gli altri ricaveranno da ciò che noi stiamo facendo. E la fatica che ogni lavoro porta sempre con sé -la parola latina labor significa appunto “fatica”- se ben indirizzata e ricompensata non potrà che essere uno stimolo a progredire, a migliorarsi. Una delle peculiarità dell’essere umano, come ci ha insegnato Husserl, è infatti la possibilità del progresso, la capacità di dire “domani farò meglio” e indubbiamente la dimensione lavorativa consente all’uomo di mettere alla prova questa aspetto della sua essenza.
Se la felicità consiste dunque nel realizzare nel modo più autentico la propria intima natura e se il lavoro aiuta l’uomo in questo difficile compito, possiamo allora unire la nostra voce a quella di Primo Levi con la speranza che questo diritto/dovere di ogni singolo cittadino possa essere sempre garantito.

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