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24 aprile 2012

Internet, social network e reato di diffamazione

Internet e i social network quale Facebook sono indubbiamente strumenti di manifestazione del proprio pensiero grazie ai quali è possibile prendere parte a discussioni che interessano quotidianamente l’opinione pubblica su gli argomenti più disparati, dalla politica allo sport.

In tali contesti virtuali, tuttavia, si corre il pericolo di argomentare le proprie opinioni con un linguaggio superficiale, in alcuni casi colorito, che rasenta spesso l’accusa gratuita, l’offesa o l’insulto.

Va precisato che questa condotta negli ultimi tempi sembra essere prassi “abitudinaria” non solo di adolescenti inconsapevoli, ma anche di personaggi famosi; non saranno di certo passate inosservate le “dissertazioni” di Vasco Rossi sulla sua pagina ufficiale Facebook dal contenuto indubbiamente “forte” circa il giudizio formulato sulla persona e l’opera di alcuni artisti italiani.

Le polemiche che ne sono seguite possono, in realtà, trovare una facile risoluzione solo se si riesce a rispondere ad un semplice quesito: quali sono i limiti che la legge impone alla libertà di parola?

L’art. 595 c.c. punisce con la reclusione fino ad un anno (o con la multa fino ad 1.032 €) chiunque, fuori dai casi di ingiuria, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione; qualora l’offesa consista nell’attribuire un fatto determinato, la pena è la reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a 2.065,00 €. Rispetto al reato di ingiuria previsto dal precedente articolo 594 c.p., nella quale la condotta illecita  si realizza mediante l’offesa all’onore o al decoro di una persona presente, il reato di diffamazione sanziona la condotta del soggetto che offende l’altrui reputazione per via “indiretta”  parlando con più persone e riferendosi, appunto, a una persona che non è presente.

Entrando più nello specifico,  l’art. 595 c.p.  al terzo comma prevede l’ipotesi in cui la diffamazione è realizzata col mezzo della stampa  o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico; in tal caso la reclusione va da sei mesi a tre anni o con multa non inferiore a 516 €.

Va immediatamente precisato che internet deve essere considerato a tutti gli effetti quale “mezzo di pubblicità” perché è un mezzo idoneo a trasmettere un messaggio dal contenuto altamente diffamatorio ad una imprecisata pluralità di utenti.

Ai fini della configurazione del reato in esame devono essere presenti dei presupposti imprescindibili.

In primis l’offesa deve riguardare la reputazione di un soggetto determinato o determinabile; partendo dal presupposto che quest’ultima non va identificata con la considerazione che ciascuno ha di sé o con il semplice amor proprio, la Cassazione qualifica la reputazione come il “senso della dignità personale in conformità  all’opinione del gruppo sociale, secondo il particolare contesto storico” ( Cass. sent. n. 3247/1995)

Per violare questo “senso della dignità personale” le espressioni devono essere necessariamente non vere, offensive, ingiuriose o formulate in modo dubitativo e/o insinuante, oppure con allusioni connotate da una certa ambiguità, in modo tale che il lettore  si formi un probabile convincimento sull’effettiva corrispondenza a verità dei fatti falsi narrati. La vittima, pertanto, non può che essere una persona determinata o determinabile; tale individuazione è una condizione indispensabile per la qualificazione del reato.

La diffamazione è un reato istantaneo in quanto che si consuma con la “comunicazione a più persone”. Ad esempio all’interno di un forum, tale elemento si realizza con il postare il proprio messaggio e si consuma nel momento e nel luogo in cui i terzi percepiscono l’espressione ingiuriosa e dunque, nel caso in cui frasi o immagini lesive siano state immesse sul web, nel momento in cui il collegamento viene attivato (Cass. sent n. 25875).

Ai fini della sussistenza dell’elemento psicologico nei delitti di diffamazione, è sufficiente il c.d. dolo generico, vale a dire la  mera volontà di impiegare espressioni ingiuriose con la consapevolezza di offendere; questo approccio si evince direttamente rilevabile dalle frasi e dal significato delle parole utilizzate dal diffamatore e in questo analisi è possibile individuare il limite tra diritto di critica, che è un diritto di tutela costituzionale, e il reato in esame.

Com’è noto, infatti, l’Art. 21 della Costituzione stabilisce che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” ma tale diritto non può essere esercitato in maniera assolutistico giacché incontra dei limiti ben specifici individuati nell’altrui onore e reputazione. Quindi si commette un grave errore di valutazione quando si scambia il diritto di critica e di libertà di opinione con la libertà di insultare e offendere il prossimo.

Relativamente all’imputabilità non va tralasciato che ai sensi dell’Art. 27 della Costituzione la responsabilità penale è personale; ne consegue che l’hosting provider che permette agli utenti al newsgroup non è responsabile per ciò che viene veicolato in quanto il provider si limita a mettere a disposizione degli utenti la “piazza virtuale”  senza alcun effettivo potere di controllo e di vigilanza sugli interventi che vi vengono man mano immessi (Trib. Lucca, sentenza del 20/08/2007). Al limite, al  gestore del forum sarà contestato un comportamento negligente o la mancata rimozione del commento denigratorio, dopo che gli sia stato fatto notare ed esso sia realmente offensivo.

In conclusione, appare chiaro che discutere, commentare, esprimere le proprie opinioni on line spesso può comportare delle conseguenze sul piano penale qualora lo si faccia in maniera superficiale o, peggio, denigratoria verso l’onorabilità e reputazione altrui; ma evitare simili condotte dovrebbe essere principalmente il soddisfacimento del valore condiviso della correttezza e del rispetto per il prossimo.

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