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26 aprile 2012

La famiglia: il modello autoritario

Eccoci giunti alla descrizione dell’ultimo modello di famiglia, sempre secondo la proposta di Giorgio Nardone, e cioè quello autoritario.

Si tratta di un modello ancora in voga in alcune situazioni sociali e gruppi, in cui un genitore, oppure entrambi, cercano di esercitare il loro potere sui figli. È uno stile famigliare presente nella nostra nazione prima e dopo la Seconda guerra mondiale, nella quale nazione emerge una chiara divisione dei ruoli e dei compiti fra il padre e la madre.

Nella società italiana di degli anni ’50, questo modello era la soluzione più facile perché si potessero portare avanti quella serie di valori fondanti e mantenenti lo status quo, ossia l’onestà, l’onore, l’impegno, la forza di volontà condivisa fra tutti, grazie anche alla forte adesione ad ideali politici e religiosi. “L’adulto era il detentore di regole, imponeva la disciplina, e si presentava come modello esemplare da imitare” (Nardone G., Giannotti E., Rocchi R., 2010, Modelli di famiglia, TEA Edizioni, Milano, pg. 115).

I questo modello, peraltro ancora in voga, nonostante si presenti ai nostri occhi come decisamente anacronistico, la disciplina, il comportamento e la condotta sono punti di riferimento ineludibili, perpetuati sia dal padre che dalla madre. Quest’ultima può essere in posizione di sudditanza rispetto al marito, come può invece trovarsi ad esercitare un potere altrettanto rigido.

I figli vengono scoraggiati dal seguire le mode esterne, perché la maggior parte di quello che è esterno alla famiglia è negativo, mentre vengono incentivati ad accettare i dettami imposti dai genitori, con uno stile di vitadecisamente improntato sul dovere e poco, o nulla affatto, sul piacere.

Sono fortemente condannati gli sprechi e il superfluo, a meno che quest’ultimo non sia un’utile dimostrazione di superiorità sociale, proprio perché funzionale all’esibizione di un certo tipo di potere. Ed è per questo motivo sostanziale che in un tale modello gli investimenti maggiori sono indirizzati al figli maschi, mentre le femmine sono penalizzate.

Lo stile comunicativo presente in questo tipo di famiglie è deprimente, compromettendo gli sviluppi della sfera relazionale dei figli. Di fronte ad un padre che è l’unico detentore del potere e della verità, l’atmosfera famigliare non può che essere tesa e tutti devono prestare la massima attenzione a quello che dicono, come lo dicono e quando.

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Anche se tra madre e figli si po’ stabilire un rapporto più genuino, i dolori fisici e malesseri generali la fanno da padroni fra le reazioni dei figli, che proprio in questo modo cercano di sfuggire alla tensione quotidiana che respirano. In questa situazione, i codici comunicativi più utilizzati sono quelli del corpo: i gesti, i movimenti degli occhi, gli interminabili silenzi.

Quando il padre parla, e le sue parole sono essenziali e definitive, i suoi sono sempre dei monologhi, nei quali appunto non si prevede una contro-opinione, ma solo l’accettazione della sua visione delle cose e se i figli tenteranno la strada della contestazione nella maggior parte dei casi sarà un insuccesso.

“In queste famiglie si tende a parlare poco e nelle occasioni ufficiali (pranzo, cena e visite ai parenti) gli argomenti vertono su riprovazioni del lassismo imperante nella società e nell’educazione, previsioni di un futuro infausto, divieti e proibizioni sulle moderne strade della perdizione (discoteche, uso di sostanze, vacanze” (Nardone G., Giannotti E., Rocchi R., 2010, Modelli di famiglia, TEA Edizioni, Milano, pg. 117).

La madre ha poche possibilità di scelte comportamentali, perché diventa un’abile diplomatica, per rendere più accettabili, perché spiegate, le ragioni del padre, oppure cade lei stessa vittima del marito, chiedendo apertamente l’aiuto dei figli.

Durante il periodo adolescenziale, quando i figli tentano di contrastare queste norme e il conseguente stile di vita, nascono delle vere e proprie guerre iniziali che lasciano poi il posto al silenzio, perché quasi mai la contestazione filiale ha successo. Allora i figli abbandoneranno la lotta per alzare fra loro e i genitori delle vere e proprie barriere comunicative, con l’ulteriore scopo di arrangiarsi meglio da soli nel vivere esperienze clandestine. E il risultato finale di questa educazione è di avere figli che obbediranno, stando male, al genitore prevalente e alla madre, “poverina”.

Siamo così in presenza di relazioni intrafamigliari il cui perno è i padre e a senso unico: da lui verso i figli e poco, o quasi niente, viceversa. In questa dinamica la posizione assunta dalla madre è determinante, perché può essere di due tipi: a), quando il figlio assume i valori e le norme dei genitori si può assistere ad un primigenia forma di relazione, anche intima, all’interno della quale, cautelativamente, è possibile recuperare un rapporto paterno grazie alla madre; b), se il figlio si ribella e la madre si schiera con il figlio, le cose peggiorano perché il marito esperimenta simbolicamente una sorta di abbandono ed attacca la madre, facendo aumentare lo spazio inespressivo che lo separa dal figlio.

Le regole di vitapresenti in questo modello sono: “a), esistono valori assoluti, immutabili ed eterni da cui discendono le regole che sono indiscutibili; b), ognuno deve rendere conto delle proprie azioni e far fronte alle conseguenze che ne derivano; c), la soddisfazione dei bisogni e desideri si ottiene con l’impegno e producendo risultato concreti; d), ordine e disciplina sono i fondamenti della convivenza” (Nardone G., Giannotti E., Rocchi R., 2010, Modelli di famiglia, TEA Edizioni, Milano, pg. 118).

Sulla base di tali regole, il padre cercherà di essere l’esempio vivente di quello che traccia in teoria, nei pochi discorsi che farà a casa, mentre tutti gli altri dovranno ubbidire senza ovviamente discutere. La vita sarà scandita da appuntamenti orari precisi, inderogabili, con la distribuzione di compiti specifici per ciascun membro della famiglia. Il maschio dovrà eccellere in tutte le sue attività, portando con onore il nome della famiglia, mentre la femmina dovrà sviluppare le doti della dolcezza e della remissività.

A volte gli adolescenti riescono ad aderire a tali regole, ma il più delle volte rimane difficile sviluppando dunque una maggiore tensione all’interno della famiglia, iniziando a fare molte esperienze al di fuori della famiglia e all’insaputa dei genitori, con l’eventualità che il braccio di ferro tra i due arrivi a livelli anche drammatici.

“Quando il rifiuto del modello famigliare da parte del figlio viene esasperato, questi il più delle volte finisce per assumere posizioni radicali opposte che in realtà sono solo il rovescio della stessa medaglia” (Nardone G., Giannotti E., Rocchi R., 2010, Modelli di famiglia, TEA Edizioni, Milano, pg. 120). Ed il risultato finale, una volta che i figli diventeranno a loro volta genitori, è quello di ripercorrere, senza saperlo, esattamente il modello paterno.

Alessandro Bertirotti

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