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10 aprile 2012

La famiglia: il modello intermittente

Nel continuare ad analizzare brevemente i modelli di famiglia, così come sono teorizzati da Giorgio Nardone, consideriamo ora quello intermittente.

Anche se di primo acchito può sembrare un modello famigliare poco diffuso, in realtà si tratta di un tipo di famiglia particolarmente presente nel nostro Occidente, soprattutto in questo periodo storico, nel quale ogni forma di incertezza è divenuta una sorta di sicurezza costante.

In questo modello le interazioni degli adulti con i giovani e viceversa sono in continuo cambiamento, e i comportamenti reciproci dei membri della famiglia non sono coerenti a nessun punto di riferimento preciso oppure costante. La caratteristica di questo modello è la presenza di atteggiamenti ambivalenti, in qualsiasi direzione essi si possano estrinsecare. Per cui, possiamo assistere a comportamenti genitoriali iperprotettivi rispetto ad un preciso problema, seguiti da altri di tipo democratico-permissivi e finire di assistere ad altri di tipo sacrificale.

Tale modello è molto più diffuso di quello che ci si potrebbe attendere, perché si presenta, in effetti, come il frutto di un atteggiamento diffuso nella nostra attuale società occidentale, ossia la tendenza a considerare positive quelle soluzioni educative moderne, anche se ci si riferisce a vecchi problemi, come volessimo sostenere a tutti i costi che il nuovo è sempre meglio del vecchio.

È vero che, rispetto al passato, molte soluzioni contemporanee ai problemi educativi si dimostrano più efficaci, proprio in nome della loro adesione alla complessità della vita attuale, ma è altrettanto vero che alcune volte, una “una continua revisione critica fino al punto di divenire naufraghi nel mare del dubbio senza nessun approdo sicuro” (Nardone G., Giannotti E., Rocchi R., 2010, Modelli di famiglia, TEA Edizioni, Milano, pg. 97) può appunto rivelarsi peggiore rispetto alla tradizione.

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Si assiste così al passaggio da posizioni rigide a morbide nei confronti dei figli, oppure da posizioni di valore positivo a squalifiche importanti, che pongono, a loro volta, i figli nelle condizioni di essere a volte ubbidienti e collaborativi ed altre ribelli ed oppositivi. Il risultato è quello di una vera e propria confusione cognitiva sul da farsi, sia da parte dei genitori che dei figli, perché il fatto di possedere una buona posizione critica di fronte alle cose, espressione mentale utile alla specie umana, quando oltrepassa un certo limite diventa sicuramente un elemento del tutto negativo.

Giorgio Nardone, nell’analisi di questo modello, individua alcune regole caratterizzanti: “a), il dubbio prima di tutto; b), sottoporre ogni propria azione all’autocritica appena sorge il sospetto che non sia efficace; c), per prevenire danni maggiori è bene scendere a compromessi; d), non ci sono regole fisse: la regola è oggetto di continua revisione”(Nardone G., Giannotti E., Rocchi R., idem:97).

Le conseguenze di tale impostazione educativa sono molteplici e possiedono una connotazione tendente al negativo, perché, in primo luogo, emerge il fatto che nessuna posizione genitoriale può essere mantenuta in modo determinato, chiaro e lampante. Inoltre, non esiste nulla che possa essere valido e rassicurante, vivendo all’insegna del compromesso e della revisione delle proprie posizioni, con l’ulteriore conseguenza che il cambiamento continuo contribuisce ad eliminare all’interno della famiglia i punti di riferimento sicuri e le basi di un futuro condiviso dal gruppo familiare.

L’atteggiamento mentale forse peggiore che questo modello famigliare instilla nei figli è il pessimo rapporto che si stabilisce con lo scorrere del tempo. Poiché il tempo è la misura del cambiamento secondo il prima ed il poi, come dichiara Aristotele nella Fisica, i figli educati secondo questo modello si caratterizzano per la loro incapacità ad attendere i risultati di una strategia esistenziale, oppure di una soluzione, perché se non realizzano subito i risultato temono che la strategia stessa sia sbagliata. In realtà, tutte le cose di questo mondo hanno la necessità di tempo e spazio per potersi dimostrare o meno efficaci, mentre in questo modo si nega lo sviluppo stesso della strategia.

“Metaforicamente queste persone sono come chi si è perduto nella foresta e per uscire prima prende una direzione, poi, assalito dal dubbio di aver sbagliato, torna indietro, poi non vede via d’uscita e cambia strada di nuovo, e così via fino a girare continuamente su se stesso e tragicamente perdersi” (Nardone G., Giannotti E., Rocchi R., idem:98).

Alessandro Bertirotti

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