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12 aprile 2012

Stragi della strada: a quando l’omicidio volontario?

Sono ormai quotidiane le notizie di incidenti stradali, spesso con esiti fatali, provocati da guidatori in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti.

Innanzi ad un fenomeno che non sembra conoscere battute d’arresto e che, di contro, oltre alle conseguenze tragiche di morti e feriti, provoca una diffusa indignazione sociale per l’avvertita “latitanza” dello Stato nel comminare giuste e proporzionate “punizione” di tali condotte obiettivamente irresponsabili, urge, senza dubbio, un intervento legislativo per colmare le palesi lacune normative in materia.

Allo stato attuale, qualora a seguito di un incidente stradale provocata da una guida in stato di alterazione per via di stupefacenti o di ebbrezza si va in contro ad una incriminazione per omicidio colposo ai sensi dell’ Art. 589 comma 2° c.p. in caso di morte  o per lesioni così come previsto dall’Art. 590 c.p. (in tal caso la parte offesa sporga querela entro novanta giorni dall’evento).

Il guidatore in tali ipotesi, secondo l’attuale assetto normativo, risponde di una responsabilità che si ispira esclusivamente a colpa, vale a dire ad una condotta che ai sensi dell’art. 43 c.p. si è verificata con imprudenza, negligenza, imperizia  oppure  nell’inosservanza di leggi o regolamenti.

Il medesimo articolo, tuttavia, prevede e punisce le condotte commesse con dolo, vale a dire “quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell’azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione”.

Orbene, appare di tutta evidenza che il soggetto, nel momento in cui ingerisce alcol o droghe non agisce con mera “imprudenza, imperizia o negligenza” ma nella piena e totale consapevolezza che tale assunzione, alterando il suo status psicologico, lo pone irrimediabilmente in una estrema situazione di pericolo per sé e per gli altri nel momento in cui si pone alla guida del proprio veicolo.

Va precisato che la legge di per sé non punisce la mera assunzione dell’alcol, eccettuato il caso in cui vengano superati i limiti previsti per l’ubriachezza di cui agli Artt. 687 e 688 c.p.; inoltre, chi assume  sostanze stupefacenti o le detiene nei limiti imposti dal 1 comma bis dell’art. 73 D.P.R. n. 309/90, è perseguibile solamente sul piano amministrativo, ai sensi dell’art. 75.

Quest’ultima norma, così come modificata dalla Legge n. 49/2006, tuttavia, prevedendo la sospensione della patente di guida o il divieto di conseguirla, tende ad impedire che l’assuntore possa mettersi alla guida di un veicolo

E’ evidente, quindi, che per una corretta disciplina di tali condotte è imprescindibile un’analisi esaustiva sull’elemento psicologico del guidatore:

Appare imprescindibile, quindi, esaminare lo status psicologico del soggetto alterato per droga o alcol; è pur vero che la morte o le lesioni di terzi non sono eventi voluti da costui ma il bere od il drogarsi nel momento in cui si conduce un veicolo pare innegabilmente come presupposto “preparatorio”  per gli eventi consequenziali di morte e lesioni.

Da una semplice lettura dell’Art. 586 c.p. pare escludersi che tale norma debba disciplinare tali condotte; la norma, infatti, testualmente recita “quando da un fatto preveduto come delitto doloso deriva, quale conseguenza non voluta dal colpevole, la morte o la lesione di una persona, si applicano le disposizioni dell’articolo 83, ma le pene stabilite negli articoli 589 e 590 sono aumentate”.

Il legislatore, appunto, ha attribuito natura essenzialmente colposa al reato che segue quello originario, anche alla luce dell’applicazione delle sanzioni – seppur aumentate – di cui agli artt. 589 e 590 c.p. (che regolano come noto l’omicidio colpo e lesioni colpose) che vengono posti in relazione al disposto dell’art. 83 c.p. che contempla l’ipotesi di “evento diverso da quello voluto dall’agente”.

Pertanto, ai fini di un intervento legislativo che colmi le già richiamante lacune in materia, il legislatore  è chiamato ad individuare in una norma apposita un nesso causale tra reato voluto (guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti) e l’evento non voluto (la morte o le lesioni); non solo, la legge deve riconoscere che il guidatore innegabilmente si trova in una situazione psicologica tale da poter prevedere, anche in via ipotetica, che l’accadimento dell’evento in ragione dell’alterazione provocata dall’assunzione di droga ed alcol.

Solo in tal modo l’elemento psicologico non potrà essere definito in termini di colpa, giacché li supera ampiamente come si è avuto modo di appurare, configurandosi nella accettazione del rischio di verificazione di un evento un vero e proprio dolo eventuale.

In linea a queste considerazioni vi è un importante provvedimento  del Giudice delle Indagini Preliminari del Tribunale di Trani (Ordinanza 31 gennaio 2008)  che ha disposto l’applicazione della custodia cautelare del carcere nei confronti di un giovane che sotto l’effetto di sostanze stupefacenti ed alcool si era messo alla guida di una vettura provocando un grave incidente stradale dove hanno perso la vita una donna e le due piccole figlie, in quanto, in virtù del principio dell’actio libera in causa, egli è pervenuto in totale libertà e autonomia sia all’assunzione di stupefacenti, sia nel porsi alla guida della vettura.

Relativamente all’elemento psicologico il Giudice, in tale occasione, ha escluso che la condotta posta in essere dall’agente sia sorretta da colpa, cioè dalla semplice negligenza, imprudenza o imperizia di chi viola in condizioni ordinarie le regole della circolazione stradale, affermando invece la sussistenza del dolo indiretto. Tale decisione si fonda sulla considerazione che è assolutamente inverosimile che l’agente non si sia posto il rischio di eventi mortali e che non lo abbia accettato almeno in parte, ponendosi alla guida con i riflessi appannati da droga  e alcol assunte in precedenza. Tale assunzione del rischio, anche parziale, comporta la contestazione dell’accusa di omicidio volontario sorretto da dolo indiretto.

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