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29 aprile 2012

Transessualità e… cose di altro genere

Luca Pietrantoni e Gabriele Prati hanno pubblicato, per i tipi Farsi un’idea de “Il Mulino” Editore, Bologna, Gay e Lesbiche. Quando si è attratti da persone dello stesso sesso

Transessualità

Transessualità

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Mi sono ritrovato a considerare questo testo in seguito ad una richiesta di un mio studente di Disegno Industriale, il quale ha espresso il desiderio di studiare l’opinione di questi due autori e di portare all’esame le sue ulteriori idee in merito.

Questa richiesta mi ha ovviamente fatto pensare ad alcune questioni che cercherò di affrontare in questa serie di articoli dedicati appunto all’identità di genere, un argomento che oggi è diventato così importante che la Regione Toscana, per esempio, ha formulato un documento programmatico per i prossimi anni dal titolo Cittadinanza di genere, con l’intento di affrontare la questione delle pari opportunità.

Al di là della questione politica della Toscana, che dimostra in realtà il solito tentativo di non chiamare le cose con il loro nome, facendo passare le problematiche dell’identità di genere all’interno di comportamenti sociali legati alle pari opportunità, il tema è senza dubbio importante, specialmente in questo periodo dell’evoluzione umana, in cui molti “perimetri biologici” si soverchiano in nome di nuovi “perimetri culturali”.

Il sesso biologico di ogni essere umano dipende dalla presenza di cromosomi sessuali maschili, XY, oppure femminili XX, ai quali corrispondono caratteri fisici ed endocrini precisi e specifici. Nel caso dell’intersessualità, non si verifica questa corrispondenza, ossia i caratteri secondari sessuali non sono in sintonia con il sesso biologico. Siamo dunque in presenza di una asimmetria (disforia di genere), che può essere vissuta, come accade nella maggior parte dei casi, negativamente dal portatore di tale situazione, procurando una serie di comportamenti che hanno lo scopo di stabilire un qualsiasi tipo valido di coerenza fra l’interno di se stessi e la sua manifestazione esterna.

Il primo passo è dunque quello di considerare la questione dell’identità di genere come prerequisito per favorire la formazione di una coerenza fra l’interno di se stessi, sia dal punto di vista biologico che psicologico, e la manifestazione sociale e performativa della propria identità nella società, ossia all’esterno.

Ecco che allora si presenta la questione se sia giusto o meno intervenire a livello chirurgico, proprio per favorire la formazione di questa coerenza interno-esterno. Ma qui la comunità scientifica si divide sostenendo due opinioni diverse: vi sono coloro che ritengono necessario un intervento chirurgico, per una precoce identificazione nel proprio ruolo sessuale che diventa presto anche sociale, e coloro che invece ritengono l’intervento chirurgico precoce come un atto estremamente coercitivo, foriero di problemi ulteriori e traumatizzante nel suo complesso.

Certo è che gli studi sulla formazione della propria identità di genere ci dicono che essa si definisce, nelle sue linee essenziali, durante la prima infanzia, ossia intorno ai tre anni, proprio quando la figura paterna, per esempio, diventa assai importante nel guidare il figlio e le figlie nel terreno delle emozioni cosiddette sociali, come la vergogna, il senso di colpa, l’imbarazzo e cosi via.

È importante rilevare che nel caso della disforia di genere, ossia della mancanza di coerenza fra interno-esterno, non si attuano trattamenti di recupero mentale né psichiatrico, perché, nonostante si tratti di un evidente disturbo, i tentativi vengono dalla scienza considerati vani, anche in nome di una valenza etica che interviene nella nostra cultura ogni qualvolta si debba parlare di sessualità.

Transessualità: il transito da uno stato all’altro

Vi è un altro termine, più dinamico, per indicare questa asimmetria e il tentativo di una sua risoluzione, e cioè transessualità, con il termine trans che indica “il transito da uno stato all’altro”. In effetti, cambiando l’abbigliamento, il proprio look, i trattamenti estetici le persone possono deliberatamente assomigliare di più ad un sesso oppure all’altro, e tutto questo riduce ovviamente il livello di tensione ansiogena.

Nello stesso tempo, il fatto che tale condizione mentale e fisica non rientri in una patologia psichiatrica, che troppo stigmatizzerebbe la condizione di disagio, fino a quando questo disagio non viene classificato come invalidante a livello clinico, non è possibile accedere al servizio sanitario nazionale per ottenere la copertura del percorso di adeguamento chirurgico e ormonale del sesso anatomico con l’identità di genere.

Voglio essere dunque provocatorio, proprio in nome della necessità di alimentare una pacata discussione sull’argomento. Penso che sia necessario chiarire in quale categoria antropologica inserire la questione, se all’interno di un malessere genetico-psichiatrico, per cui tale situazione dovrebbe in qualche modo essere trattata anche dalla psichiatria ufficiale, oppure un malessere genetico-culturale, e a questo punto, non trattandosi di malattia biologica, l’intervento dello Stato, dell’assistenza sanitaria, dovrebbe essere contenuto, se non del tutto assente.

Personalmente, ritengo che sia ancora troppo presto, dal punto di vista scientifico, determinare con precisione il grado di malessere biologico, dunque anche psichiatrico, e quello culturale, dunque assimilabile anche alle manifestazioni di “libero arbitrio”, e penso che, in linea generale, si debba lavorare per una società che oltre a voler a tutti i costi “determinare” debba anche “ascoltare”.

Mi ricordo una frase che spesso utilizzo all’inizio delle mie conferenze: “E che ne dici del messaggio secondo cui dovremmo ricercare la verità? – Ci fa dimenticare che una vita senza mistero è arida, e che certe cose, per esempio i nostri amici, andrebbero più amati che capiti sino in fondo” (Paul Feyerabend, 2007, Dialogo sul metodo,Laterza Editore, Bari-Roma).

Alessandro Bertirotti

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