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15 Maggio 2012

L’Italia della globalizzazione

Ormai è certo, la nostra, dopo secoli, sarà la prima generazione ad essere più povera di quella dei propri genitori.

Siamo cresciuti carichi di sogni e speranze per il futuro. Proiettati verso la nostra idea di realizzazione convinti che i nostri sogni di crescita potessero realizzarsi. Siamo i figli del benessere, nati in un mondo in cui tutto sembrava potesse essere alla portata ed in cui era difficile intravedere un motivo per cui la crescita potesse o dovesse arrestarsi. Invece qualcosa è andato storto, contrariamente a quanto ci si potesse aspettare.

Infranti i sogni di prosperità.

Le nostre aziende che per anni avevano portato avanti l’economia del nostro Paese, hanno dovuto fare i conti con un radicale cambiamento dei mercati.

L’apertura verso i mercati globali, a quanto ci dicevano, sarebbe dovuta essere una opportunità per ampliare il pacchetto clienti del “Made in Italy”. L’illusione che tutti sarebbero corsi in Italia, aumentando i nostri fatturati, per acquistare i nostri prodotti, apprezzandone la qualità.

Ci sarebbe da chiedersi: non era forse intuibile che l’apertura verso un mercato in cui le condizioni di lavoro sono estremamente diverse dalle nostre avrebbe avuto quantomeno qualche possibile riflesso negativo sulla nostra economia?

Eppure già agli inizi del 2000 colossi economici comela Sonyavevano risentito dell’ingresso sul mercato di aziende cinesi e coreane che pagavano un terzo la manodopera.

Citando una attenta osservazione fatta da Edoardo Nesi nel suo libro (vincitore Premio Strega 2011) STORIE DELLA MIA GENTE, che mette in luce rabbiosamente il declino subito dall’industria tessile Pratese a seguito dell’apertura verso il mercato cinese: “Ci dicevano che una volta arricchiti i cinesi sarebbero corsi in Italia per acquistare il Made in Italy….ma i cinesi erano e sono molto più interessati ad imitare piuttosto che acquistare i nostri prodotti”

E’ possibile reggere il confronto libero con un mercato in cui le condizioni di lavoro sono al limite della schiavitù? Un mercato dove ciò che per noi costituisce un sacrosanto diritto per un lavoratore è spesso completamente ignorato?

Ben venga la libera concorrenza, ma la concorrenza libera non può in alcun modo prescindere da una comparabilità delle condizioni di partenza.

E’ fin troppo scontato per non risultare evidente. Se il mercato è globale bisognerebbe garantire che le condizioni dei lavoratori siano quantomeno comparabili.

Altrimenti il minimo effetto che possiamo aspettarci è che i costi di impresa non siano raffrontabili…come potrebbe mai esserlo il prodotto finale?

Esiste inoltre un aspetto che si riflette molto più sul piano etico e morale. L’apertura verso un mercato legittima in qualche modo tutti i processi che portano alla produzione. Non possiamo con una mano acquistarne i prodotti, consentirne ampia diffusione sul nostro territorio, e con l’altra condannarne il modo in cui questi vengono realizzati, o, ancor peggio, fingere di non vederlo.

Invece le nostre aziende chiudono, non riuscendo a reggere la concorrenza, oppure trasferiscono il reparto produttivo dove i costi di produzione sono a dir poco dimezzati, privando di conseguenza il territorio, che dovremmo invece sforzarci di tutelare, di possibilità di lavoro e favorendo ed incrementando proprio quella struttura produttiva che moralmente condanniamo. E’ la regola contorta dell’economia. Per sopravvivere bisogna adeguarsi, trovare il sistema per essere commercialmente competitivi. E magari non ci si rende conto che in questo modo si sponsorizza un idea, quella che il “Dio Danaro” è al di sopra di ogni cosa regolando le nostre scelte e la nostra vita, mettendo da parte proprio quei principi etico-morali che costituiscono la struttura per la quale abbiamo combattuto per anni.

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