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16 Maggio 2012

Parlare di ‘ndrangheta

Il contagio. Come la ‘ndrangheta ha infettato l’Italia – Il Ciclo seminariale  guarderà a “La parola mafiosa. I codici, le interpretazioni, i luoghi comuni” .

Gli incontri si terranno dalle 15,00 alle 17,00 presso l’Unical Calabria secondo il calendario seguente:

  • Mercoledì 4 maggio – Aula Filol 5 cubo 28
  • Giovedì 12 maggio – Aula Fac 1
  • Giovedì 19 maggio – Aula Fac 1
  • Martedì 24 maggio – Aula Filol 5 cubo 28

 

La teoria di seminari è stata organizzata dalla Facoltà di Lettere e Filosofia, Dipartimento di Filologia e dalla cattedra di Etnologia delle culture mediterranee, Dott. Fulvio Librandi.

Il magistrato

Sono entrato in magistratura nel 1984. Sono nato a Roma da genitori siciliani. Mio padre insegnava Filosofia teoretica a Macerata. Io avrei voluto studiare filosofia, ma poi mi iscrissi a Giurisprudenza. Il primo incarico nella Pretura di Avezzano. Avevo studiato per anni diritto civile e invece dopo un pò mi trovai a occuparmi soprattutto di penale. Dopo sette anni ad Avezzano, andai all’Aquila come magistrato di sorveglianza. Un’esperienza forte nelle carceri per tre anni. Lì ho capito veramente che cosa è la privazione della libertà e come la detenzione cambia le persone“. (Vittorio Zincone, Sette, 2011).

A Palermo ho chiesto io il trasferimento in quella Procura nel 1995. Diciamo che non c’era la fila. La cattura di Provenzano è stato un lavoro durato anni. Un lavoro duro, silenzioso, rigoroso.  Stando attenti ai tranelli del boss… Provenzano era un grande illusionista. Faceva credere a tutto il mondo di essere sempre in un posto in cui non era.” (Vittorio Zincone, Sette, 2011).

Il suo lavoro

Nel giugno del 2011, chi conduce  un’intervista (Vittorio Zincone, Sette, 2011) a Michele Prestipino, ci sottolinea quanto l’edificio dove ha sede l’ufficio del magistrato sia un incubo di sgarrupatezza. Per raggiungerlo bisogna attraversare due bagni.

Il magistrato ha una considerazione ricorrente durante l’intervista: catture e processi sono frutto di un lavoro di gruppo. Niente trionfalismi personali. “Provenzano non l’ho preso io, lo ha preso lo Stato.”

E’ certo comunque che da quando Pignatone, il Capo della Procura, e Prestipino si sono trasferiti da Palermo a Reggio Calabria la ’ndrangheta ha cominciato a subire bastonate durissime: arresti di massa, sequestri, confische. L’anno scorso con l’Operazione Crimine, la Dda reggina, in collaborazione con quella milanese, ha pure incrinato il potere delle cosche in Lombardia. Inoltre l’operazione Minotauro ha inchiodato la rete ’ndranghetista piemontese con 150 arresti e molti politici coinvolti.

Prestipino tiene a precisare che è riduttivo parlare di infiltrazioni mafiose nel Nord, considerato che sono sempre più preoccupanti. “L’infiltrazione sembra un fenomeno temporaneo. In Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Liguria le cellule criminali ’ndranghetiste si sono stabilizzate sul territorio: ci sono proprio le locali … Si tratta di strutture organizzative con almeno 49 affiliati. Nella riunione dei boss lombardi filmata dai carabinieri a Paderno Dugnano, che si svolse nel centro intitolato a Falcone e Borsellino, c’erano 25 capi di locali.

Il rischio più grande è che la ’ndrangheta riproponga al Nord tutto il suo modello sociale: il controllo del territorio, il circuito di relazioni. C’è un sistema di comando fluido e sofisticato che prevede l’intervento di Reggio Calabria per le decisioni strategiche. Stiamo studiando il meccanismo di governo della periferia. Le indagini servono anche a capire e far capire di quale fenomeno stiamo parlando.

Parlare di “ndrangheta è un dovere civile

È un segno di difficoltà. Da una parte c’è una struttura ferrea e unitaria, dall’altra ci sono tantissime persone perbene che non riescono a farsi sentire. Non riescono a fare rete. Come nella Sicilia pre 1992. Ma poi … In Calabria … A me piacerebbe vedere il riscatto di un territorio senza bisogno di miti. Anzi, sono convinto che esaltare un manipolo di eroi sia sbagliato culturalmente e dannoso per il contrasto alla criminalità.”

Delegare la lotta alla mafia all’eroe di turno è un errore gravissimo. […] Ognuno deve fare la sua parte e decidere da che parte stare. Questo significa che ciascuno deve praticare la regola etica della propria professione e del proprio agire quotidiano”, scrivono Pignatone e Prestipino nel libro. Sarebbe sufficiente che ciascuno di noi si rifiutasse di stringere la mano non solo ai mafiosi, ma anche semplicemente a chi alla mafia è vicino. Nelle realtà corrose dalla criminalità organizzata bisogna piuttosto intervenire dal basso, denunciare, agire, isolare socialmente chi è colluso, rifiutarsi appunto di stringere le mani, dimostrare che scegliere la mafia non paga. Solo in questo modo si possono rompere i fili di interessi e le convergenze che la avviluppano al resto della società.

In occasione dell’attentato di matrice mafiosa contro la Procura Generale di Reggio Calabria, Michele Prestipino riflette sul fatto che “della ndrangheta e sulla ndrangheta non si parla come si dovrebbe, considerato che si tratta di un’organizzazione estremamente pericolosa, assai ramificata, con interessi criminali nel centro e nel nord d’Europa e in Italia con una capacità di controllo delle attività economiche e dei rapporti politici, sociali e amministrativi in Calabria che è veramente impressionante. Di questo fenomeno se ne parla poco e il resto del mondo la conosce poco a fronte della sua pericolosità … e se si pensa che solo gli Stati Uniti l’hanno inserita nella black list dei propri nemici.

Quello che preoccupa e infastidisce la ‘ndrangheta è la presenza dello Stato nel suo complesso, se poi tale presenza si traduce in una iniziativa seria, costante che crea sinergie tra le articolazioni dello stato nella lotta contro di essa, questo può essere un aspetto che preoccupa ancora di più la criminalità organizzata, l’organizzazione mafiosa e anche la ‘ndrangheta.” (video, ilsole24ore.com)

Quindi parlare di ‘ndrangheta si deve. E soprattutto  le occasioni devono essere raccolte per poterne dare conto a far opera di proselitismo antimafioso. Perché è il consenso alla mafiosità che deve essere spezzato, con l’indignazione dell’opinione pubblica soprattutto nel maggio del ventesimo anniversario della Strage di Capaci e di via d’Amelio.

Un’occasione recente è stata una conferenza l’otto maggio scorso all’Università Bocconi che ha visto come relatori,  (Prorettore all’Organizzazione Università Bocconi).

Se ognuno facesse qualcosa, se ognuno si mettesse in gioco, se ognuno rifiutasse di farsi spettatore di un mondo che sta morendo, tutto sarebbe diverso.”  La citazione di Padre Pino Puglisi ha chiuso la conferenza alla Bocconi, pronunciata da Giuseppe Pignatone, P.A. a Palermo prima e a Reggio Calabria poi.

La conferenza è stata curata dal giornalista Gaetano Savatteri per presentare il libro appena uscito per Laterza, Il Contagio. Come la ‘ndrangheta ha infettato l’Italia, in cui Pignatone e Prestipino riflettono sulla ‘ndrangheta partendo dalla loro esperienza a Reggio Calabria.

Vivida è stata la presenza fra il pubblico di esponenti della magistratura e dell’antimafia milanese e non (il Procuratore della Repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati, l’imprenditore siciliano Ivan Lo Bello, e il professor Nando dalla Chiesa) e soprattutto di tantissimi studenti: a loro più volte i relatori si sono rivolti durante gli interventi, sottolineando la centralità del ruolo delle nuove generazione nella lotta contro la mafia.

La zona grigia

La battaglia contro la mafia si conduce intervenendo sulla vasta zona grigia di professionalità imprenditoriali, legali e tecniche che aleggia attorno alle organizzazioni di stampo mafioso. Una zona grigia fatta di convergenze anche inconsapevoli, come ha sottolineato Ilda Boccassini, come di certo giornalismo che minimizzò l’importanza degli arresti importanti degli ultimi anni, magari definendo Totò Riina come un vecchietto mangiatore di cicorie, secondo un repertorio che vuole la mafia un’associazione folcloristica.

 Si tratta di pensare la mafia in modo complesso, nessuna procura vede più le mafie come gruppi slegati da continuità e contiguità criminose: da ogni incendio agli atti di danneggiamento compiuti nelle città e nelle hinterland di quelle parti del Paese a maggior infiltrazione mafiosa fino ai fatti di sangue che sporcano la nostra democrazia.

Laddove per fatti del genere non c’è una parte lesa, non ci sono persone disposte a denunciare, è lì la zona grigia.  Michele Prestipino ha fatto in particolar modo riferimento alle intercettazioni ambientali raccolte presso l’abitazione di un’importante famiglia di ‘ndrangheta, i Pelle di San Luca.

Alla porta del capofamiglia Giuseppe Pelle, andavano a bussare le più svariate classi sociali:  dai politici per voti di scambio, agli imprenditori per favori e protezioni, fino ai cittadini comuni per le richieste più disparate, a volte relative anche alla piccola quotidianità.”

Occuparsi per un boss di piccole questioni può sembrare strano, ha detto Prestipino, ma in realtà  è in questo modo che si accumula il vero potere della ‘ndrangheta, ossia attraverso il consenso sociale e il controllo capillare sul territorio. La densità criminale in Calabria è importante, la quantità di affiliati e simpatizzanti rispetto al totale della cittadinanza raggiunge spesso percentuali a due cifre.

Questa opacità della zona grigia si forma per paura? Alla domanda del moderatore Gaetano Savatteri, Giuseppe Pignatone, riferendosi agli studi in materia di Rocco Sciarrone, ha affermato che in realtà non è solo per paura che si tace dinanzi alla mafia, ma è spesso per un vero e proprio calcolo di convenienza, frutto di una attenta analisi di costi e benefici.

La mafia si coniuga con gli altri poteri e interessi disseminati nella società al fine di creare un vero e proprio marchingegno, pericoloso proprio in virtù di queste unioni e convergenze.

Ecco dunque come la vera lotta da vincere oggi diventa quella contro un certo modo di pensare e di operare; ed è una lotta che deve provenire in prima battuta dalla società. Non basta la repressione giudiziaria per rompere il marchingegno; la condanna, ancor prima che processuale, deve essere sociale.

Degna di nota è anche la settima edizione del Festival dell’Economia Cicli di Vita e Rapporti tra Generazioni – nel cui ambito il 2 giugno 2012 alle ore 21.00 si terrà Dinastie di mafia, coordinato da Gaetano Savatteri  al Teatro Sociale di Trento, TN. Saranno ospiti  i due magistrati, Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino insieme a Michele Polo, professore di Economia politica e prorettore all’Organizzazione presso l’Università Bocconi di Milano. L’incontro metterà sotto lente critica uno degli aspetti più significativi del potere mafioso, ossia la successione generazionale. Si considereranno i mutamenti dei rituali e i cambiamenti nello stile di comando emersi con evidenza nelle grandi inchieste degli ultimi anni sulla mafia e la ’ndrangheta, accanto al ruolo crescente delle donne, dentro e fuori la famiglia mafiosa.

Melina Rende

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