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23 Maggio 2012

Precari vs Tirocinanti: riparte la sfida

In Italia pare che l’abilitazione a diventare insegnanti sia come una storia d’amore, tutti la vogliono attraverso non importa che strada e senza preoccuparsi dei costi e delle conseguenti paure e incertezze. Visto che in Italia i circoli di potere sono tanti e non è possibile scontentarne nessuno ecco che una cosa ideata per unificare e chiarificare l’accesso a un iter formativo si ingarbuglia perdendo automaticamente i suoi punti di forza.

Ogni giorno la scacchiera si modifica, ma è di poco tempo fa la decisione del Miur, ministero dell’istruzione, università e ricerca, di affiancare un percorso privilegiato al Tirocinio Formativo Attivo, senza selezione d’accesso, che permetta anche a chi è precario e da tempo lavora nella scuola senza essere effettivamente abilitato, di conquistarsi la sua fetta di lavoro; i prerequisiti, di cui sono in possesso orientativamente più di trentamila persone in Italia sono di aver accumulato almeno 540 giorni di servizio in una struttura scolastica (per accedere al Tfa speciale ne potrebbero bastare 180).

Un percorso parallelo privo di costi aggiuntivi, selezioni e con un probabile unico esame finale per verificare il minimo di conoscenze, l’Umi, Unione Matematica Italiana, ha infatti richiesto che tutti i percorsi di abilitazione abbiano almeno un esame di ammissione per evitare di far conseguire a chiunque il ruolo di docente. I problemi derivanti da questa proposta sono molti e sebbene la sua legittimità sindacale sia innegabile, visto che di fatto i suddetti precari hanno effettivamente svolto un lavoro utile e spesso avvilente e snervante anche se non in possesso dell’abilitazione, due percorsi paralleli di formazione non possono che scontrarsi; vediamo come.

Prima di tutto è inevitabile un problema numerico:  i posti effettivamente disponibili in strutture scolastiche per i prossimi anni sono circa dodicimila (per inciso, anche il numero di previsti aderenti al Tfa) e tra criteri di anzianità e supplenze svolte i precari potrebbero facilmente sopravanzare  i tirocinanti scelti dopo selezioni e spargimento di soldi; inoltre il palese lassismo che impera nel nostro paese fa temere a molti che si riproponga ciò che accadde con le vecchie Ssis, il ciclo unico di formazione che, aperto a un tratto ai precari storici, permise loro un abilitazione senza preoccupazioni; infine la non regolamentazione del numero di precari non fa che aggiungere nuove incognite al calderone. Tutto ciò senza tener conto di quanto un supplente che da tre anni si rovina le giornate tra una classe e l’altra di mentecatti scalmanati possa desiderare almeno il riconoscimento al grado di insegnante.

Quindi il percorso di abilitazione si spacca diametralmente in due filoni: in uno stanno coloro che sostengono la legittimità del percorso marchio Tfa, la sua selettività, premiazione del merito, costi aggiuntivi e privilegio dei “giovani” universitari; e nell’altro chi sta con chi da anni lavora nel campo scolastico senza gratificazione  e vede la propria esperienza sorpassata da ragazzi ammessi all’iter formativo solo grazie a denaro e superamento di test preselettivi nozionistici, con il beneplacito dei baroni universitari e dello Stato e un riconoscimento di meriti a loro mai concesso. Questa ennesima soap opera italiana troverà soluzione o si snoderà senza fine nel tempo, come piace in fondo a tutti quanti?

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