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26 Maggio 2012

Ricordando Antonio De Lillo, lo sguardo attento che ha saputo cogliere la paura dei giovani

 

Venerdì 25 maggio si è spento il professor Antonio De Lillo, Preside della Facoltà di Sociologia di Milano-Bicocca e presidente dell’ Associazione Italiana di Sociologia, che ha coordinato per molti anni le ricerche nazionali dell’Istituto IARD sulla condizione giovanile in Italia.

Ciò che ha reso speciale questo professore e sociologo è stata la sua comprensione delle giovani generazioni: uno sguardo umano attento e preciso che con delicatezza e profondità ha saputo descrivere la paura che permea il nostro tempo. L’epoca delle passioni tristi, così l’hanno definita il filosofo argentino Miguel Benasayag e lo psichiatra francese Gérard Schmit: un tempo nel quale i giovani provano una paura che invade, che paralizza, un senso pervasivo di impotenza e incertezza che trasforma i timori fisiologici, che ci orientano nel vivere, in angosce patologiche che comportano reazioni o di violenza o di fuga. “Dolore, paura, rabbia, delusione, tristezza sono emozioni che per natura abitano l’animo umano e che hanno bisogno di parole per esprimersi. I sentimenti e le percezioni che rimangono senza nome, sepolti nell’interiorità, conducono, purtroppo, a uno stato di malessere della psiche”.

Si tratta di meccanismi che possono spiegarsi con la “crisi nella crisi” che il mondo sta vivendo, tra precarietà e globalizzazione, cioè in bilico tra alienazione ed esclusione. La sociologia, soprattutto quella anglosassone, ha approfondito questa fragilità condivisa, che il sociologo Stanley Cohen definì paura isterica, individuandone l’origine nella decadenza sociale in termini di solidarietà e coesione, con la caduta del principio relazionale. Piuttosto, come hanno espresso le filosofe dell’Università di Diotima di Verona, “il vivere, agire, pensare senza balaustre è una condizione umana comune a cui la contemporaneità in qualche modo ci costringe”.

La caduta del sistema relazionale fa percepire il mondo come minaccioso, come non desiderabile, come un luogo ostile in cui è pressoché impossibile attecchire con un senso, ed al quale si resta attaccati con la creazione di reti di relazioni, soprattutto “virtuali”, come i social network, che se da un lato ben esprimono la necessità di dialogo e di vicinanza e la priorità del bisogno di essere amati e riconosciuti, dall’altro rappresentano una coazione alla ricerca del contatto continuo per superare lo smarrimento e l’angoscia che si prova in mezzo agli altri.

Il professor Antonio De Lillo soleva citare lo psichiatra Vittorino Andreoli, il quale ha scritto che la paura è il nodo di partenza della follia, e ciò vale per i singoli individui, come per i gruppi e la collettività tutta intera, per questo Antonio De Lillo desiderava, e sentiva urgente, indagare tali fenomeni – manifestazioni di una situazione giovanile a rischio di caduta libera – con cura e comprensione: l’esistenza di ventenni che, non potendo più programmare il loro futuro prossimo o avere un margine rassicurante di stabilità, vivono potentemente nel presente, nella quotidianità, immersi in una bolla senza ossigeno, incapaci di immaginare un orizzonte nuovo e meno frustrante di cui poter essere fautori e protagonisti. Si tratta dell’eclissi del desiderio, per usare le parole della psicoanalista Cristina Faccincani: “Il sintomo infatti non è solo ripetizione, è anche depositario di un disorientamento potenzialmente trasformativo rispetto ad un equilibrio dato. C’è una sofferenza, che per quanto bloccata e distorta nel sintomo, è espressione di un desiderio o della sua nostalgia se il desiderio è eclissato, e questa sofferenza vuole essere rispecchiata, riconosciuta e pensata come esperienza dotata di senso”.

Viene a mancare quella speranza che tiene in vita, quella possibilità di pensarsi interi senza sentirsi tirati da ogni parte tra pressioni e ricatti sociali che agiscono come vere e proprie strutture collettive a carattere cognitivo che influiscono sui comportamenti e che comportano un surrettizio ricorso alla normazione, dando avvio a nuove legislazioni, a poteri che strappano altra libertà.

Giordano Bruno disse “non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, e porre i semi della nuova cultura che fiorirà, inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di aver vinto”, ma Lacan ci ha messo in guardia dal fatto che non basta pensare di aver vinto il potere, poiché il potere inserisce un dispositivo che si attiva dentro di noi automaticamente, anche quando crediamo di agire liberamente. Per questo vivere politicamente significa creare mediazioni tra sé e sé, tra sé e il mondo, strappando libertà al potere.

Ciò che garantisce al potere di mantenere in piedi il sistema è il c.d. quadrangolo di ferro: la copertura dei media; l’azione dei movimenti sociali; il coinvolgimento delle autorità istituzionali pubbliche; il sostegno degli esperti. L’incessante vociare che ci accompagna, il rumore che sembra non potersi spegnere, una polifonia sovrastante che non lascia spazi all’immaginario, spingendoci alla frammentazione, verso vicoli ciechi.

In un’intervista di Giovanni Mattioli, in relazione alla condizione particolarmente critica, in Italia, del mercato del lavoro e della stigmatizzazione dei giovani da parte della politica e del giornalismo, il professor De Lillo ha notato che si tratta di “una questione politica, ma non solo. Secondo me si è rotto quel patto implicito tra generazioni che c’è sempre stato. Da un lato per motivi demografici, dall’altro per ragioni di carattere più strutturale. Demografici perché è la prima volta nella storia in cui il numero delle nascite non compensa quello delle morti: noi ci troveremo tra 30-40 anni con una struttura demografica a piramide rovesciata, e questo significa che pochi dovranno mantenere molti, mentre in genere è sempre successo il contrario. Per motivi strutturali perché anche lì si è rotto il patto tra generazioni: la generazione al potere, quella dei padri, ha tradizionalmente sempre cercato di darsi da fare per lasciare un paese migliore ai figli. Da qualche decennio invece l’enorme aumento del debito pubblico ha prodotto un debito che verrà pagato dalle generazioni future, mentre i frutti ce li godiamo noi adesso. Quindi si sono scaricati sulle generazioni future i costi della nostra bella vita di oggi”.

Manca una rappresentazione realistica e dignitosa delle giovani generazioni: “secondo me c’è una tendenza generale da parte del mondo adulto a considerare i giovani minacciosi: ma questo non avviene solo oggi, è sempre stato così. Nel campo delle politiche giovanili vi sono due strade possibili: la prima è considerare i giovani come minaccia, e attuare quindi politiche di tipo repressivo, che poi si manifestano anche verbalmente. Oppure si possono scegliere le politiche che concepiscono il giovane come una risorsa. Sto parlando di tutte le politiche attive: quelle per la casa, per la costituzione di una famiglia, per il lavoro, eccetera. L’Italia si caratterizza per le sue politiche repressive: i giovani sono visti come una minaccia, come un gruppo da tenere a bada”.

Antonio De Lillo è sempre stato attento anche al significato dello spazio pubblico in rapporto al tessuto sociale, così per la sua città, Milano, desiderava una politica più impegnata alla costruzione di una città orizzontale, intesa come priorità di una vivibilità serena, contro la durezza e gli ostacoli della convivenza urbana tra traffico e logiche di profitto.

Con grande acutezza si è anche espresso sul rapporto tra i generi: il maschile e il femminile dovrebbero rifondare, negoziando, un nuovo contratto sociale. La formazione permette di giocare una partita che vede la differenza femminile primeggiare anche all’università, ma dopo, nel mondo del lavoro, viene frenata da un sistema ormai in frantumi che cerca, con un ultimo colpo di coda, di riportare ad un ordine ormai scardinato e sfaldato per sempre, tanto che, ora, il nuovo è da ri-mettere al mondo e da ripensare in relazione, perché , come ha spiegato la filosofa spagnola Maria Milagros Rivera, indietro non si torna: la rivoluzione del tempo sta nel fatto che le cose non possono essere di nuovo allo stesso modo, quando il passato è stato superato. Può non sapersi come saranno, ma, comunque sia, saranno diverse. Il punto non è cambiare il mondo, che forse alla condizione umana non è concesso, ma possibile è cambiare il rapporto che abbiamo con il mondo: di questo siamo, potenzialmente, capaci.

Il professor Antonio De Lillo ha saputo trasmettere tutta questa “vita pulsante” e fare delle sue lezioni strumenti di conoscenza dell’umanità e dell’invisibile che spesso ci rende ciechi o senza parole o con interpretazioni che non tengono conto del mondo che cambia. Cambiare impostazione significa modificare il proprio sguardo su di sé e sul mondo.  Antonio De Lillo ci ha lasciato il suo grande amore per il mondo e, tra tutti i ricordi, una lezione: ai suoi studenti ed alle sue studentesse –  ai giovani che tanto desiderava conoscere e ascoltare – ha confidato un segreto.. essi “troveranno senz’altro nella nostra Facoltà strumenti preziosi per la propria formazione, ma dovranno impegnarsi seriamente, investendo su se stessi e sul proprio talento”.

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