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24 Maggio 2012

Tassazione e rappresentanza

La tassazione è di certo tra le maggiori questioni che la crisi economica sta evidenziando in tutta la sua palese problematicità.

E’ noto che la legge è chiamata a disciplinare i mezzi e le procedure finalizzate al reperimento delle risorse finanziarie indispensabili per sostenere la spesa pubblica, cioè ad assicurare alla collettività tutti i servizi di cui necessita.E’ la stessa Costituzione a consacrare i principi guida in materia; all’art.53, infatti, è stabilito che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione dellaloro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Dalla semplice lettura della predetta disposizione può desumersi un elemento di particolare importanza: il legislatore costituzionale  addotta appositamente una formulazione generica – “tutti” – senza alcun vincolo di domicilio, residenza e cittadinanza, prevedendo quali soggetti passivi i cittadini italiani, gli stranieri, gli apolidi, nonché le imprese individuali e collettive, sia nazionali che straniere.

Detta formulazione generale è riscontrabile, altresì, nell’ art. 23 ai sensi del quale ”Nessuna prestazione personale e patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”. A mezzo di tale precetto si è inteso cristallizzare il principio della riserva di legge, principio di fondamentale rilevanza in ambito fiscale per cui le scelte di politica tributaria sono riservate al legislatore ordinario e vengono sottratte al potere esecutivo. L’operatività di questa norma non è limitata ai soli cittadini  estendendosi anche agli stranieri e agli apolidi: la particolare formulazione afferma il divieto di prestazioni se non in virtù delle legge, senza possibilità di distinguere quelle riservate ai cittadini e quelle riservate agli stranieri.

La tassazione, quindi, non solo è una questione strettamente connessa alla legge, ma alla stessa democrazia.

Il principio “no taxation without tassation”, frutto della rivoluzione americana, rispondeva proprio all’esigenza dei coloni americani di contestare con forza la pretesa della madrepatria di imporre la tassazione alle colonie senza che queste ultime potessero esprimere il consenso dal momento che erano prive di rappresentati legittimamente eletti. Ne discendeva una violazione palese di diritti e libertà posseduti per “tradizione” (Alle fonti del diritto, Pagallo p.126).

Questo principio, cardine della cultura giuridica e fiscale statunitense, che ha prodotto  palesi influenze anche in Europa, tuttavia, negli ultimi anni sta subendo una sorta di “depotenziamento” alla luce di un fatto innegabile procurato dalla globalizzazione : coincidenza nella medesima persona dell’elettore, del contribuente e del beneficiario. Come ha rilevato autorevole dottrina (Federalismo fiscale e sanità nella crisi dello stato sociale, Muraro, pag.51), il contribuente può continuare sì a votare nel Paese di appartenenza, ma può scegliere un altro paese per pagare parte dei suoi tributi qualora ad esempio sia un imprenditore o investitore.

E’ evidente quindi che si sta assistendo ad un indebolimento della teoria che lega tassazione a rappresentanza politica.

Infatti, se da una parte il sistema tributario impone al contribuente l’obbligo di farsi carico della spesa pubblica indipendentemente dai servizi pubblici di cui può usufruire; se la violazione di detto obbligo, configurandosi quale illecito tributario, produce a sua volta delle alterazioni sull’intero assetto sociale limitando la disponibilità dello Stato delle risorse finanziarie indispensabili per soddisfare i bisogni pubblici, con palesi conseguenze in tema di solidarietà sociale ed economica e politica, deve ammettersi che la collettività si sente totalmente non rappresentata da uno Stato che gestisce, spesso anche in maniera poco chiara, i proventi della tassazione, nella gestione della cosa pubblica.

Come non mai in questo periodo la fiscalità, se ispirata a criteri di equità sociale, può essere la forma concreta di attuazione di una vera democrazia.

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