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15 giugno 2012

Crescere sul dito

Nessuno di noi mette in dubbio che sia del tutto naturale, all’interno di una famiglia con figli, che questi ultimi debbano crescere. Ogni individuo che viene al mondo attraversa una serie continua e complessa di cambiamenti. Siamo in questo mondo per cambiare e diventare quello che crediamo di poter essere in futuro. La nostra vita, la nostra mente sono proiettate in quello che potremmo essere in un domani, basandoci inevitabilmente su quello che crediamo di essere ora.

In questo raffinato e semplice rapporto tra presente e futuro, ogni persona di questo mondo cresce, ossia si discosta lentamente da una serie di comportamenti precedenti per assumerne di nuovi, anche dal punto di vista della conoscenza. Se quando vado alle elementari, come primo approccio alla geografia, comincio a studiare la mia città, quando sarò alle superiori sarò in grado di studiare il mondo, pur facendo la stessa cosa, ossia continuando a studiare geografia.

In questo senso, cambiano i contenuti della conoscenza, ma l’atto del conoscere resta uguale per tutta la vita, ed imparo, durante la mia crescita, quali sono le condotte migliori per poter avere atti del conoscere utili ai miei cambiamenti. Ci comportiamo allo stesso modo anche quando ci innamoriamo, perché le tecniche che utilizziamo per capire se siamo innamorati, oppure se l’altra persona ci ama, sono identiche a quelle della conoscenza in generale.

Giunge a noi così spontanea, la domanda del titolo di questo articolo e anche la sua risposta: Come cresciamo? Attraverso una serie di trasgressioni delle regole imposte dalla famiglia e dalla società, ossia attraverso una serie di atti del conoscere quanto possiamo essere forti nel rifiutare le imposizioni. In altri termini, ogni persona cresce, e dunque sarà in grado di pensare a se stessa e al futuro in modo diverso rispetto al presente, misurando il proprio grado di cambiamento.

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E si tratta di modificare tanto l’interno quanto l’esterno di se stessi, perché non esiste nella mente umana un cambiamento che non coinvolga tanto la parte interiore della propria identità quanto il comportamento con cui ci rapportiamo col mondo, all’esterno di noi stessi.

Non a caso i figli, crescendo, si sentono spesso in colpa per le loro scelte, ed i genitori, almeno inizialmente, faranno pesare ai propri figli quelle scelte. In realtà, un genitore educativamente serio, si augura che il figlio sia in grado di trasgredire le regole, altrimenti sarebbe di fronte ad una persona per la quale si presenta un futuro privo di autonomia ed intenzionalità. Ogni genitore, se riesce a fare un sincero esame di coscienza, ammetterà di aver dovuto superare alcuni importanti divieti della propria famiglia di origine, per conquistare l’autonomia di quella presente.

Ecco perché è deleterio avere dei genitori che permettono tutto ai propri figli: perché non permettono loro di trasgredire e di rinforzare, in questo atto della conoscenza, il proprio io, la propria identità di giovani adulti in crescita, legandosi ai genitori non per dipendenza, ma per scelta cognitiva.

Quando si è giovani, direi infanti, si dipende molto dai propri genitori, o da coloro che svolgono con noi questa funzione, ma si diventa adulti quando, nella nostra autonomia, decidiamo di continuare a mantenere la dipendenza iniziale dai genitori sotto forma di dipendenza razionale, voluta e scelta.

Quando diventiamo capaci di riconoscere l’importanza delle regole e dei divieti genitoriali, così come il nostro tentativo di trasgredire ad essi, e finiamo poi da adulti col scegliere di nuovo le stesse regole, magari anche migliorate in qualche loro elemento, in quel momento siamo cresciuti e siamo in grado di affrontare costruttivamente il concetto di trasgressione.

Ecco perché invito spesso, durante i miei incontri con i genitori, gli adulti a fornire ai figli modelli di comportamento specifici per il raggiungimento di uno scopo. Sono sempre più convinto che la condotta sia un fenomeno educativo primario, senza del quale non siamo in grado di fornire la visione di un possibile percorso per il raggiungimento dello scopo per il quale è nata quella precisa condotta. Molto semplicemente, si tratta, da parte dei genitori, di dare buoni esempi più che fare lunghi discorsi impositivi.

Che poi il figlio debba batterci di naso, questo fa parte della trasgressione e deve farlo da solo, provando quella dose necessaria di sofferenza che gli permette di capire fino a quanto è in grado di sopportare la conseguenza dell’errore e la fatica perduta dietro un’azione che si è rivelata fallace.

Noi saremo lì, accanto, a tendergli la mano perché il figlio si rialzi con il naso rotto… che guarirà certamente.

Alessandro Bertirotti

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