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7 giugno 2012

Dove andiamo?

“Il periodo storico nel quale sta vivendo l’intera umanità è decisamente importante e sconvolgerà gli schemi mentali di gran parte di noi, sia in Occidente che Oriente, perché dovremo escogitare un nuovo modo di intendere l’Uomo in questo mondo. Il passato dovrà essere considerato come qualche cosa che ha avuto un senso compiuto, mentre il futuro si presenta talmente incerto da dover rifondare la nostra vita secondo scopi precisi”.

Ho scritto questo post qualche giorno fa sulla mia bacheca di fb, e mi sono accorto che la riflessione ha suscitato un certo scompiglio, tra approvazione e mistificazione, suggerendomi esplicitamente di ampliarla in un’altra sede, ossia questa. Cercherò dunque di spiegare meglio ciò che ho voluto intendere con essa.

Non dico certo nulla di nuovo se ancora una volta sostengo la presenza in questo mondo mentale umano della fine di due ideologie: prima di quella social-comunista ed ora di quella sfrenata-liberista. L’idea che nel corso della storia evolutiva umana alcune regole di scambio dei prodotti potessero garantire un equilibrio “quasi naturale” fra gli attori di quello scambio (idea liberista) è decisamente naufragata con la crisi economica mondiale che stiamo vivendo.

Ma ancora prima, una struttura sovrasingolare come lo Stato Sovietico (burlescamente definito Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, URSS), sia pure in presenza di regole ferree, grazie al crollo del muro di Berlino del 1989, si era rivelata fasulla, perché l’essere umano sembra comunque essere sempre molto sensibile all’incremento del proprio benessere esistenziale ed economico a scapito di altri esseri umani e della Natura in generale.

Bene. Questa è la situazione mentale in cui ci troviamo tutti noi, in qualsiasi parte del mondo, perché i due modelli, americano e sovietico, erano quelli esportati ovunque, in qualsiasi altra geografia mondiale e gli atteggiamenti mentali che essi permettevano o favorivano erano, nella loro sostanza, identici ovunque, sia pure con qualche differenza culturale.

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Inoltre, tali modelli nascondevano rispettivamente due sovrastrutture ideologico-religiose importanti. In Occidente, il modello liberista, come ci insegna , era praticamente anglicano-protestante, mentre nell’Oriente comunista era ortodosso-cristiano, con conseguenze decisamente diverse, rispetto ai comportamenti umani considerati, nei due ambiti, più o meno legittimi.

Mentre l’idea protestante offriva leggittimità ai comportamenti legati al self made man, dunque alla presenza di una evoluzione “dal niente” e possibile per ogni uomo dotato di buona volontà, ingegno e “buoni costumi”, nella lontana Unione Sovietica la dimensione solidale del vivere umano era considerata uno stiledi vita generale e quotidiano che ogni cittadino doveva assumere, proprio perché lui stesso diventava espressione concreta del concetto di Stato stesso.

Nella pratica quotidiana della vita, tali concezioni si traducevano nell’idea di Max Weberna maggiore libertà ad Occidente contro una maggiore sicurezza sociale in Unione Sovietica e in quella partedi Oriente in cui tale ideologia aveva particolarmente attecchito, come era accaduto per la Cina.

Archiviati, perché rivelatesi fallimentari, questi due modelli, inevitabilmente va in crisi sia il concetto ci libertà che quello di sicurezza, e conseguentemente l’idea di Dio che garantisce lo sviluppo del singolo essere umano, oppure quella di un altro Dio che garantisce lo sviluppo dell’intera società (anche quando essa si dichiarava ufficialmente atea, come nel caso dell’URSS).

Occorreva allora colmare il vuoto lasciato con qualcosa per cui valesse la pena scambiarci reciprocamente degli oggetti e delle azioni. Non abbiamo trovato di meglio che gli oggetti e le azioni del commercio, ossia il concetto di merce.

Ecco oggi cosa è la nostra vita: una merce con un più o meno valore di merce, ossia qualcosa che possiamo, anzi dobbiamo, quantificare precisamente in un numero.

Che si tratti di spread, di Bot, CCT, azioni oppure industrie, non ha nessuna importanza, rispetto alla necessità che si debba comunque stabilire un prezzo per qualsiasi oggetto ed azione umana.

Ecco perché nella dichiarazione fatta ho sostenuto l’idea che il passato è qualcosa di chiuso, terminato e finito. Perché non è più possibile tornare a recuperare nessun punto di riferimento se non rifondiamo antropologicamente lo scopo finale per il quale vale la pena soffrire.

Ed ho scritto soffrire, non vivere felicemente… perché con la felicità si costruisce la morte, con la sofferenza ci si chiede perché sia utile combattere la tendenza inevitabile all’usura delle cose di questo mondo, compreso i nostri affetti. E quando, secondo me, avremo capito che in questo periodo la Natura ci chiede proprio questo, saremo forse in grado di fornire un futuro, anche lontano, ai nostri figli.

Se non ci chiediamo perché le cose finiscono, non avremo mai il coraggio di iniziare il nuovo.

Alessandro Bertirotti

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