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3 giugno 2012

Walter Benjamin – L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica è un saggio del filofoso tedesco Walter Benjamin, pubblicato nel 1936. In quest’opera, il filosofo sostiene che l’introduzione di nuove tecniche per produrre, riprodurre e diffondere le opere d’arte, a livello di massa, ha radicalmente cambiato l’atteggiamento verso sia l’arte, gli artisti e il pubblico.

Walter Benjamin opera arte nella epoca della riproducibilità tecnica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

QUESTIONE DELL’INTERPRETE

La riproduzione dell’attore cinematografico viene presentata attraverso un’apparecchiatura. Al film importa che l’interprete presenti se stesso di fronte alla macchina da presa. Uno dei primi che ha avvertito questa trasformazione dell’interprete è stato PIRANDELLO il quale ha scritto un romanzo Si gira, dove ha colto il disagio che l’attore contemporaneo sperimenta sulla propria pelle.

L’effetto del film è che l’uomo viene a trovarsi nella situazione di dover agire con la sua persona, ma rinunciando all’aura. La peculiarità delle riprese consiste nel porre la macchina da presa al posto del pubblico. Ecco perché il cinema introduce il fenomeno di massa: nel cinema chiunque può aspirare a fare l’attore.  IL CINEMA RISPONDE AL DECLINO DELL’AURA, costruendo fuori dagli studi la “personality”, ossia IL CULTO DEL MITO.

 

DISTINZIONE TRA CINEMA E TEATRO

CINEMAà tutto appare paradossalmente vero, ma in realtà si è plagiati dalla macchina da presa.

TEATROà ha un punto di osservazione che appare sulla scena ed è considerato autentico.

 

DISTINZIONE TRA CINEMA E DIPINTO

CINEMAà l’atteggiamento critico e quello del piacere del pubblico coincidono. Pone l’oggetto filmico alla ricezione collettiva simultanea. L’osservatore è distratto, non può contemplare in quanto non appena coglie visivamente un’immagine essa viene modificata. Il flusso associativo viene interrotto dal mutare continuo.

DIPINTOà non è in grado di proporre l’oggetto alla ricezione collettiva simultanea. Ha la pretesa di essere osservato da pochi; invita l’osservatore alla contemplazione che può abbandonarsi al flusso delle sue associazioni.

 

Il cinema svaluta il valore cultuale, inducendo il pubblico ad un atteggiamento valutativo e per il fatto che al cinema l’atteggiamento valutativo non implica attenzione. Il pubblico è esaminatore, ma un esaminatore distratto.

 

POSTILLA

Benjamin parla del fascismo che tende ad una estetizzazione della vita politica. Ossia, l’arte del ‘900 ha perso con la perdita dell’aura anche il suo carattere di sacralità, ovvero il suo aspetto cultuale. Essendoci stato questo mutamento, l’arte si pone l’obiettivo di cambiare la vita quotidiana delle persone, influenzando il loro comportamento. Detto in altri termini L’ARTE ASSUME UN RUOLO POLITICO. Questa influenza politica può esercitarsi sia in direzione progressista, sia in direzione reazionaria.

Un esempio dell’arte “politica” reazionaria si trova nel fascimo. Con lo sviluppo del fascismo si sono sviluppate anche nuove tecniche di produzione e diffusione utilizzate dallo stesso regime allo scopo di assoggettare le masse, ipnotizzandole con i suoi messaggi. Ecco perché Benjamin afferma che il fascismo ha estetizzato la politica.

La guerra è il tipico uso estetico della politica. Nel manifesto di Marinetti per la guerra d’Etiopia si dice che i futuristi si oppongono al fatto che la guerra venga definita antiestetica. La guerra è bella perché fonda il dominio dell’uomo sulla macchina soggiogata.

L’autoestraniazione dell’umanità permette di vivere il proprio annientamento come godimento estetico. Questo è il senso dell’ESTETIZZAZIONE DELLA POLITICA che il fascismo persegue.

Mentre il comunismo, che per Benjamin è rappresentato dall’avanguardia marxista degli anni ’20 e dei primi anni ’30,  risponde con la POLITICIZZAZIONE DELL’ARTEà questo concetto va interpretato in quanto Benjamin non lo spiega volutamente. Sarebbe una restituzione piena dell’arte alla poesis. L’impianto tecnologico prende uno spazio pubblico, ossia politico.

 

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