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22 luglio 2012

C’erano una volta i ripetenti. La bocciatura costa troppo. Profumo prende le “forbici”

I dati parlano chiaro sui ripetenti: bocciature ai minimi storici per il secondo anno di fila! Con una contrazione del 3% rispetto al 2011

Ripetenti

Ripetenti

Picchi alti un po’ ovunque: licei scientifici e classici, licei artistici e istituti d’arte ma anche istituti tecnici e professionali, i più difficili per antonomasia.

Un trend a prima vista consolatorio, forse troppo in un periodo di “austerity” selvaggia, riflesso condizionato di una crisi che, proprio nell’istruzione, sembra aver trovato la sua vittima preferita.

Sarà che a pensar male si fa peccato, ma, si sa, il dubbio batte dove il politico duole. Ragioniamo.

Cosa c’è dietro una contrazione così decisa dell’insuccesso scolastico?

A lanciare l’allarme, anche stavolta, gli insegnanti. A riprova del fatto che la miopia di Miur e governo è un dato storico che non teme smentite.

Basta far tornare i conti, denunciano in molti, bilanciare entrate ed uscite, tagliare e ora anche risparmiare. Altro che politiche virtuose di crescita e di armonizzazione/armortizzazione di costi e benefici!

Come ci insegna l’economia, infatti, quello che può sembra positivo nel breve periodo, può nascondere pericolosi rovesci, spesso sottovalutati o addirittura ignorati, che vengono fuori alla distanza.

Più promossi, tanto per cominciare, non significa automaticamente studenti più preparati e capaci. Le premesse di questo successo-spaventapasseri sembrerebbero insomma meno nobili di quanto non reciti il risultato finale.

Anzitutto chiediamoci: quanto costa una bocciatura allo Stato? Le stime, grossomodo, si aggirano intorno agli 8.000 euro. Decisamente troppo per le casse già sanguinanti del Miur. Allora perché bocciare quando, conti alla mano, promuovere è non solo più facile ma anche economicamente vantaggioso?

Un soldo risparmiato è un soldo guadagnato?  Prima facciamo tutti uno sforzo di contabilità pura.

Io, Stato, promuovo e risparmio, per ogni potenziale bocciato, 8000 euro sul bilancio contabile “annuale”. Senza contare quanto un ragazzo bocciato costa alla sua famiglia: vitto, alloggio, accudimento. Il risparmio allora si triplica (fin quasi ai 24.000 euro) e stavolta non solo in termini contabili, ma sostanziali, su tutto il bilancio nazionale.

Un taglio silenzioso, l’ennesima spuntatina alla spesa pubblica, eseguita in punta di fioretto, che farà forse meno rumore di altre, ma che sicuramente fa più male, perché colpisce al cuore noi, i ragazzi, il futuro. E non è una frase fatta. Magari lo fosse.

In soldoni: possibile che nel giro di un anno i nostri prof siano diventati tutti più bravi e i nostri ragazzi tutti più diligenti, seri e coscienziosi?  Quale beota può bersi una simile panzana?

Si calcola che, mediamente, ogni studente che frequenta la scuola pubblica costi alla collettività oltre 6 mila euro l’anno.

Questo 3% di bocciature in meno significa perciò per lo Stato un risparmio mica da ridere: 325 milioni di euro in due anni! Il sospetto prende la forma di una beffa amarissima.

L’ennesima calunnia alla nostra intelligenza, condita (ma era prevedibile) colla comoda ciliegina della riduzione della dispersione scolastica. Certo, non ci voleva un genio. Basta promuovere e il problema si risolve da solo.

Come sono lontani i tempi del “rigore” annunciati dalla Gelmini, slogan poco credibile per una testimonial già di per sé poco credibile.

Nessun rimpianto (e ci mancherebbe), ma allora almeno una qualche reazione ce l’avevamo avuta (per quanto infruttifera). L’indignazione è sempre un buon sintomo di coscienza civica. Stavolta, però, ci stanno togliendo anche quella.

Tanto si sa, l’Italiano basta prenderlo per il verso giusto, ammorbidirlo un poco, poi puoi rifilargli tutte le balle che vuoi.

Ma quanto costerà questo risparmio ai nostri ragazzi? Cosa ce ne facciamo di questi soldi se poi le nostre scuole consegnano al Paese giovani sempre meno preparati, sempre meno competenti, sempre meno “competitivi”, destinati a rompersi la testa contro un mercato mondiale sempre più selettivo ed asfittico, che non conosce compromessi?

Questo se vogliamo mantenerci a un livello gelidamente economico.

Ma il discorso sarebbe molto più esteso, dal momento che qui non ballano solo cifre e numeri, ma destini, vite, speranze.

Il rischio fondamentale, insomma, è quello di ritrovarsi tra qualche anno a fare i conti con una società ulteriormente e pericolosamente ridimensionata, specialmente a livello culturale, costretta a pagare dazio ad una politica economica che sempre più subdolamente gioca a fare l’allegro chirurgo coi suoi già fragili meccanismi vitali.

Non è così che combatte la crisi e non è così che si fa economia. L’istruzione è uno dei pochi antidoti che ci rimane, ma nessuno lo capisce. Nemmeno quelli cui questo monito dovrebbe risuonare più chiaro che ad altri e che, invece, pensano solo a fare la cresta su dati e sondaggi, convinti che ciò basti a mettere la museruola al Paese.

Un tempo, neppure troppo lontano, la nostra era la scuola più severa d’Europa, la più rispettata, un modello. I nostri professori erano tra i più stimati. I nostri ragazzi tra i più in gamba al mondo.

La bocciatura, per quanto dolorosa, era un valore, un modo per crescere, per capire i propri errori e correggerli. Oggi è una pesta da fuggire, un male da scongiurare a tutti i costi.

Allora avanti così. Avanti per questa via “friendly”, che strizza l’occhio alla ragion di mercato. Avanti con questa filosofia scaccia-crisi, ottusa e sparagnina nella sua accezione più nociva. Avanti verso il baratro.

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