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7 luglio 2012

Nanoparticelle e Vasi Sanguigni

Un team di ricercatori dell’Università di Harvard ha sviluppato una nuova forma di nanoterapia capace di annichilire i trombi che ostruiscono i vasi sanguigni.

Si tratta di una tecnica sperimentale caratterizzata dall’impiego di piastrine artificiali ottenute grazie ad aggregati di nanoparticelle biodegradabili.

Di norma, i pazienti affetti da trombosi risultano caratterizzati dalla presenza di grumi di sangue all’interno di una vena. Questi coaguli tendono ad impedire in modo sintomatico il regolare flusso della circolazione del sangue.

Fino ad oggi, la comunità scientifica internazionale ha ritenuto opportuno curare le trombosi attraverso l’impiego di appositi farmaci. Tuttavia, se le commissioni internazionali decidessero di adottare la tecnica brevettata dai ricercatori dell’Università di Harvard, probabilmente, si entrerebbe in una nuova fase caratterizzata proprio dall’uso moderato dei farmaci nella cura delle trombosi.

Del resto, l’utilizzo di queste nanoparticelle sosia delle piastrine naturali, fa da cartina al tornasole dell’evoluzione, dello sviluppo e dell’importanza della nanoterapia, una tecnica che offre incredibili soluzioni e che lascia ben sperare per il futuro.

Edulcorati e ricoperti da una patina anticoagulo, questi epigoni delle piastrine svolgono una funzione di grande importanza per il ripristino della normale circolazione sanguigna, agendo in modo diretto sulle ostruzioni dei vasi e liberando le nanoparticelle. Infatti, le trombosi sono la conseguenza logicamente prevedibile di un’occlusione di un vaso sanguigno che ne impedisce il regolare fluire del sangue.

A causa di tali grumi, le vene non riescono a svolgere la propria funzione di ricondurre al cuore il sangue necessario affinché l’interno organismo possa ricevere sintomatiche dosi d’ossigeno. E la carenza di ossigeno nel sangue, ossia l’affievolimento dell’emoglobina, provoca disturbi e problemi ben più gravi da estirpare. Per tale ragione, è necessario adottare la cura che sia la più adatta ad apportare il ripristino della circolazione sanguigna, onde evitare l’insorgere di patologie ulteriori.

Per i ricercatori dell’università di Harvard, questa tecnica sarebbe in grado di ridurre sia i rischi correlati agli effetti collaterali, sia la percentuale di farmaci da somministrare ai pazienti affetti da tali patologie. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Science.

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