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21 agosto 2012

L’accattonaggio: i reati configurabili

La presenza di nomadi, frequentemente di origine rumena, si è da tempo radicata nelle nostre città; agli angoli delle strade, presso supermercati e negozi, spesso si assistono a scene di donne sedute in terra con in braccio bambini piccoli e ragazzini fermi ai semafori per chiedere l’elemosina.

Quali reati possono configurarsi in capo ad adulti che si servono dei minori per le attività di accattonaggio?
Il Codice Penale interviene per la repressione di tali fenomeni con due disposizioni : l’art. 572 in caso di maltrattamenti in famiglia e l’art. 600 relativamente al reato di riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù punito con la reclusione da otto a venti anni.

Dalla lettura della norma in esame è desumibile una fattispecie plurima, integrata alternativamente dalla condotta di chi esercita su una persona poteri corrispondenti a quelli spettanti al proprietario o dalla condotta di colui che riduce o mantiene una persona in stato di soggezione continuativa costringendola a prestazioni lavorative o sessuali ovvero all’accattonaggio o, comunque, a prestazioni che ne comportino lo sfruttamento. Quest’ultima ipotesi delinea un reato di evento a forma vincolata in cui l’evento, consistente nello stato di soggezione continuativa in cui la vittima è costretta a svolgere date prestazioni, deve essere ottenuto dall’agente alternativamente, tra l’altro, impiegando violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità ovvero approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità.

Deve rammentarsi che la condizione analoga alla schiavitù rappresenta un elemento normativo, il cui contenuto viene definito mediante ricorrendo, ad esempio, all’art. 1, lett. d) della Convenzione supplementare di Ginevra sull’abolizione della schiavitù, del 7 settembre 1956 (esecutiva con legge di ratifica n. 130420/1957). Alla luce di questa disposizione costituisce istituzione o pratica analoga alla schiavitù quella in forza della quale un fanciullo o un adolescente minore degli anni diciotto è consegnato dai suoi genitori o da uno di loro o dal suo tutore ad un terzo, contro pagamento o meno, in vista dello sfruttamento della persona o del lavoro di detto fanciullo o adolescente.

Secondo la Cassazione lo status di segregazione ed assoggettamento all’altrui potere di disposizione non viene meno allorquando essa temporaneamente si allenti, consentendo momenti di convivialità, ed apparente benevolenza, posto che i predetti momenti sono “finalizzati allo scopo di meglio piegare la volontà della vittima e vincerne la resistenza” (Cass. sent. n. 13125/2000).

Sotto il profilo soggettivo, è richiesta la coscienza e volontà di ridurre la vittima ad una “res”, ossia un oggetto di diritti patrimoniali, e la consapevole volontà di trarre profitto dalla sua persona, considerata come cosa atta a rendere utilità o servigi, a essere prestata, ceduta o venduta.

Ai fini della configurabilità dell’elemento soggettivo del reato di cui all’art. 600 cod. pen. è richiesta, quindi, la coscienza e volontà di ridurre la vittima ad una “res” e la consapevole volontà di trarre profitto dalla sua persona, considerata come cosa atta a rendere utilità o servigi, a essere prestata, ceduta o venduta.

In tema di riduzione in schiavitù o in servitù, appare di tutta evidenza che la situazione di necessità della vittima rappresenta il presupposto del comportamento approfittatore dell’agente e, quindi, tale nozione non può essere in alcun modo essere definita nei termini di “stato di necessità” di cui all’art. 54 del Codice Penale. Di contro, la situazione di necessità deve essere intesa come qualsiasi situazione di debolezza o di mancanza materiale o morale del soggetto passivo, adatta a condizionarne la volontà personale: in buona sostanza tale nozione coincide con quella di “posizione di vulnerabilità” indicata nella decisione quadro dell’Unione Europea del 19 luglio 2002 sulla lotta alla tratta degli esseri umani, alla quale la legge 11 agosto 2003, n. 228 ha voluto dare attuazione.

In conclusione, va specificato che la riduzione e mantenimento in servitù posta in essere dai genitori nei confronti dei figli e di altri bambini in rapporto di parentela, ridotti in stato di soggezione continuativa e costretti all’accattonaggio, non può trovare alcuna giustificazione nel richiamo alle consuetudini delle popolazioni nomadi di usare i bambini nell’accattonaggio, non solo perché la consuetudine, come affermato dalla Suprema Corte può avere efficacia scriminante solo in quanto sia stata richiamata da una legge (Cass. sent. n. 2841/2007), ma soprattutto perché nessuna tradizione o usanza “culturale” può legalizzare una vita di segregazione e stenti per gli esseri umani, soprattutto se si tratta di bambini.
Anche perché non vi è cultura nella violazione sistematica dei diritti umani.
Fonte della foto: ilcittadinoonline.it

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